
Taiyuan, casa dolce casaDal diario di viaggio di DodamanteBlog di DODAMANTE del 2008-06-12 11:46:05Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta |
Segni del cielo e degli umanidata: 2008-06-12 11:53:04 Il sole balugina alle quattro del meriggio, pallida nuvola luminosa dietro la cortina ch'ammanta il cielo. Preziosa m'è, siffatta sosta a Tàiyuán, giacché lo sforzo del viaggio vieppiù arduo si fa, duro l'affanno delle contrattazioni per il trasporto della Cavalletta, uggioso il primo freddo umido d'autunno. In codesta provincia ove ci troviamo al dì presente, Shānxī nomata nel cinese idioma - «a ovest dei monti» che Tàiháng s'appellano - si dice dimorare polvere e secchezza d'aria, e il cielo farsi ognora limpido, sgombro di nubi e arido di piogge. Certo così non pare, invero, nel borgo novo che da ier ci accoglie. Piove, e ancor di pioggia si veste il cielo, e la vetrata della stanza mia s'irriga; ivi ristò, tiepidamente confortata con la Cavalletta, dinanzi alla macchina che i pensieri miei fissa nell'abito imperituro della scrittura. Troppo m'avrebbe appesantito il basto, siffatto composimetro che nel viaggio non condussi. Ne scoprii uno, ieri, nella locanda ove infine mi trovo acquartierata: una stanza sola ne pareva provvista. L'ho presa senza indugio; e quivi scrivo. La provvidenza, dovunque scaturisca, o la benevola fortuna, o pure la lucida serenità del pensiero Chan, ch'a Shaolin fiorì (vedere il blog precedente), m'ispirano una coscienza nova, al dì presente: quasi lieta ne sono, e parimenti si rizza la mia cavalcatura sulle ruote, benché non ami il trotto sul bagnato. Ella m'è ora accosto, nella stanza; dabbasso v'è una ricezione d'ottoni scintillanti, così mi pare almeno, giacché tutto risplende con sfarzoso nitore. I velocipedi non s'ammettono nella ricezione, m'è stato detto, giacché il direttore non gradisce; credo, le stanze anco, siano interdette alle ruote. Ho simulato allora fiacco intendimento, infilando la Cavalletta nell'abitacolo che monta. Là suso, v'era una ricezione più modesta, ove niuno ha schernito il mio annoso destriero. Che anzi, aiuto m'hanno porto, per collocarlo nella stanza che m'ero riservata col soccorso di Li'ya. Nondimeno, dall'ora dell'annunzio che nota mi rese la volontà del direttore, poco ho trasbordato di fuori la mia cavalcatura. Dacché piove, e agevole non è codesto trotto; ancora, temo d'essere espulsa dalla locanda ove ritrovo infine un comodo giaciglio, l'acqua calda, il lusso d'un composimetro privato. Poco sinora ho transitato, con la Cavalletta, per quella ricezione che di sfarzo riluce. Vi passerò alla chetichella, nell'ore meno affollate del dì, quando d'avventori si fa deserta. Dietro la locanda v'è, senza custodia, lo stazionamento ch'ai velocipedi si riserva. Tuttavia, mai potrei confidare la mia cavalcatura all'incontinenza impietosa del cielo, o alle ignote giostre notturne di Tàiyuán. Resta essa al mio giaciglio accanto; veglia i miei sonni, scruta il greve biancore dei cieli oltre la vetrata, il percorso segue delle mie scritture, in attesa che lo scrosciar s'arresti, e Li'ya ci faccia un segno. |
Comunicare, istruzioni per l'usodata: 2008-06-12 12:00:52 Se in codesta locanda si raccolgono, la sarabanda e le fatiche dei percorsi nostri di Cina, per tanta parte è opera di Li'ya. Quivi ci ha condotte ieri sotto l'assalto della pioggia, quivi per noi ha negoziato, giacché nell'alto di tale ricezione più modesta – ove ai velocipedi non sono ostili – col britannico idioma niuno si destreggia, né con altri linguaggi d'Occidente. Ella è partita infine, sicura del benessere nostro, verso la sua dimora; la sua cavalcatura l'attendeva per via. Al dì presente, infine, chiudersi deve la settimana della festa che della Cina popolare la fondazion ricorda (vedere il blog “L'incidente di Xi'an”, paragrafo: “Cavallette in moschea”). Scrosci, a tratti, precipitano dal cielo; d'improvviso s'ode il rumore secco di tuoni, come gragnuole ch'esplodono nell'aria. Sono echi d'umana fattura: fuochi d'artifizio per cui il cielo latteo non s'accende, tuttavia, giacché il dì perdura, seppur con fioco lume naturale. Domenica, oggidì, i banchi di cambio s'aprono, le botteghe parimenti non osservano riposo straordinario; almeno così mi pare, benché molto non abbia ancor calcato di Tàiyuán le vie. Li'ya, nondimeno, resta alla dimora, col marito e l'infante, nel tenero sollievo della festa; domani sarà per lei il ritorno all'usato travaglio. E nella sera d'oggi, entrambe saremo assise al seggio ch'affronta le macchine scrittorie, ognuna dal suo canto: in casa ella, e me nella locanda. Mi chiederà se tutto per me s'arrangia bene, in codesto borgo; risponderò e chiederò consiglio alla bisogna, col composimetro che la mia stanza adorna. Ieri, prima del congedo, m'ha illuminato ella sulle virtù della conversazione che il composimetro consente: giacché Li'ya scrive in cinese, e codesta macchina subitamente tradurre puote l'idioma suo nel britannico che per me si fa chiaro, e viceversa. Benché la mia natura poco favorevole sia al rombo dei motori, e alla superfetazione della tecnica, reputo che talune invenzioni dell'epoca presente apportino vantaggio inestimabile agli umani; così mi pare almeno. Siffatto picciolo apparecchio, pure, ch'agli orecchi s'accosta, e nel ricevitore suo s'addensano le voci dei parlanti, a Li'ya m'avvicinò, nel torpedone. Lingua niuna del Mediterraneo conosceva ella; e assai poco, invero, del britannico idioma. Codesto apparecchio che d'abitudine si porta, al dì presente, nella borsa - e che ovunque usare vidi nel mio viaggio in terra d'Asia - s'adopera come libretto di soccorso, all'occorrenza, nelle terre di Cina. Per esso, in principio, con Li'ya potei parlare, e lei con me. |
Il viaggio di Li'yadata: 2008-06-12 12:10:17 - Dodamante.- Summer, il nome occidentale. Li'ya, il nome cinese. - Cavaliera d'italici natali. - Direttrice delle umane risorse, big Chinese company. Laddove la favella non giungeva, nel torpedone che a Luòyáng ci prese, v'era il soccorso dell'apparecchio di Li'ya: ella vi componeva gli ideogrammi, e sullo schermo picciolo, poco più tardi, caratteri latini si pingevano. Mi piacque subito quel nome – estate – ch'ella s'era data per segnalarsi all'Occidente. E invero costei sembra raccoglierlo, il calore che più non v'è nel corpo della terra ove si dipana il viaggio nostro. Da Luòyáng, il convoglio s'è infilato presto nella notte, e poco ricordo di codesto percorso che s'è terminato a Tàiyuán, nell'ore del mattino primo ove molti ancor si coricano. Trecento miglia, o poco più, v'erano invero, tra i due borghi; nozione minima ne avevo tuttavia, dacché affranta m'ero resa al giaciglio mobile del torpedone, e poscia in riconsolato dormiveglia m'ero cullata, Li'ya accosto, senza nulla domandare della strada. Il video strepitava rumorose immagini, dentro il convoglio; una giovane coppia discuteva, dabbasso, con tono concitato. I giacigli erano accastellati, a doppio piano, com'è d'uso nei torpedoni di Cina a lunga via, noialtre cavaliere appollaiate in alto. Ricordo d'una sosta, ove Li'ya s'è presa cura di scaldare le viscere d'entrambe colla brodaglia liofilizzata ch'al caffellatte doveva apparentarsi. Credo che le paresse un segno di modernità, codesto intruglio d'orrido gusto per le mie papille – e pure, forse, per le sue; così come voleva, ieri al desinare, condurmi alla taverna dell'Emme americana che, in terra di Cina pure, al cibo più veloce si consacra. Ho potuto ingollare un poco di brodaglia; diniego ho opposto all'Emme, giacché preferivo il desinar cinese. Così le ho detto, e lieta di ciò m'è parsa. Forse riteneva che, alle viscere mie, meglio s'adattasse la cucina d'America, di quella della Cina; siffatto errore presto s'è estinto, giacché molto ho gustato le pietanze del desco apparecchiato, ieri, nell'osteria del popolo ove infine m'hanno condotto Li'ya e la di lei germana. Al principio dell'ore piccole, il torpedone s'è arrestato infine nel cavo oscuro d'un cortile, a Tàiyuán. La pioggia flagellava lo scafo del convoglio. V'era il marito, dabbasso, ch'attendeva Li'ya. Alquanti passeggeri sono scesi; d'altri, il russar non s'è interrotto. La Cavalletta restava chiusa dabbasso, nella stiva. - Tomorrow morning, nine o'clock, I come here. Domattina, alle nove, vengo a prenderti qui, con la cavalcatura mia. Così m'ha detto Li'ya, lasciando l'alcova del convoglio. - Chi non ha casa a Tàiyuán, dorme sul bus, che nel cortile resta fermo, nella notte. Così mi parve ch'ella dicesse ancora. E invero forse le sognai, quelle parole; giacché ristavo appesa alla soglia del sonno e, pure, nulla scrisse, Li'ya, sul mobile apparecchio. M'addormentai così, nel tiepido giaciglio che più non rollava sulla via. Al mattino ci fecero sbarcare, e ancor di pioggia si vestiva il cielo. Alle nove, Li'ya non era apparsa. L'attesi, con la Cavalletta, sotto la tettoia. |
Sorprese del borgo nuovodata: 2008-06-12 12:13:19 È la morta stagione che s'annunzia, in Cina pure; codesto pensiero mi prende, oggidì, nel dolce tepore della locanda. E ancora credo ch'il freddo, inesorabile, sempre scorterà il seguito del viaggio mio, sino alla Russia e alla lontana Europa. L'alcova che mi stringe, al dì presente, con la Cavalletta, spira l'olezzo d'una casa. Quasi vorrei restare, quivi, sino a riveder la terra ardente ammantarsi del tripudio della verzura nova. Non bramo d'arrivare subito a Pechino; nondimeno, so ch'il ritorno è lungo e, forse, irto di perigli. Il cavaliere Nicolaj pure m'attende, a Mosca, prima ch'il manto candido si sciolga dalla terra. Troppo indugiar per me non s'ha da fare, nel borgo di Li'ya; benché lassa mi colga il viaggio, quivi, e anche lo spirto un poco s'avvilisca, in siffatta cittade sferzata dalla pioggia. Codesta locanda per me si fa dimora, tuttavia; non l'abbandonerò, sino al momento ch'in piena forza d'essere mi parrà, riconsolata e forte. Venne colei ch'era nomata Li'ya, quel mattino, seppur tardivamente, col paniere d'una colazione ch'il cuore mi scaldò prima del ventre. Venne col giovane velocipede suo, ch'era scattante, certo di specie lontana dalla Cavalletta; ma bene s'accompagnarono, le due cavalcature, tra l'aspre pozze che segnavano il cammino. Il nostro arrivo a Tàiyuán assai remoto pare, ed era ieri; forse perché, dell'ossa umide che mi portai nella locanda, oggidì poco mi resta, ben calda dirimpetto al composimetro ove posso stilare la storia del mio viaggio con la Cavalletta. Saltabeccammo un poco nelle vie del centro, coi destrieri condotti alla cavezza, asperse d'acqua, seppur liete dell'amistade nostra ch'ognor si componeva. Nella bruma che strigneva l'aria del mattino, Tàiyuán m'è parso borgo novissimo, cadente affatto; immemore d'antiche spoglie, forse, ma non triste cittade di catapecchie in rovina, di toelette pubbliche senza porte, d'umani che nelle strade prendono l'acqua pei bisogni del dì. Così sembrò al cavalier Tiziano, che venne a Tàiyuán un quarto di secolo prima d'oggidì (vedere oltre, nelle “Note tecniche” e anche nel paragrafo “La fuga di Tiziano”); s'acquartierò allora nell'unica locanda ch'agli stranieri era permessa. Ancor m'aggiro, al dì presente, nel mezzo di codesta cittade che tanto spiacque al cavaliere italico che mi precedette; forse nei sobborghi ancor si dà, il rovinoso ammasso che vide l'illustre viaggiatore. Sinora, per me non s'è svelato; e di locande, ove possa fermarsi lo straniero, ve n'è una profusione, a Tàiyuán, purché la borsa di costui sia pingue. |
La dolcezza delle abitudinidata: 2008-06-12 12:16:51 - Li'ya!Disperavo di trovare una locanda che conveniente fosse alla fatica mia e alla borsa, quando una donzella Han a noi si fece accosto. Snella era, e d'eleganza sobria; il sembiante suo mi parve noto. Presto compresi che le sue fattezze a quelle di Li'ya s'apparentavano. Ecco Li'na, ha sorriso la cavaliera che mi faceva scorta in quel di Tàiyuán. Le due sorelle m'hanno condotto, infine, nella locanda ove dimora ho preso con conforto grande. Il basto della Cavalletta s'è adagiato sulla madia; il destriero mio dabbasso ancor ristava. Sgombra di peso, e liberato il petto dall'affanno, alle due germane mi sono accompagnata, giacché l'ora del desinar s'approssimava. La giovane Li'na pare assai schiva, o forse nel britannico idioma insufficiente; benché gentile sia, punto m'appare audace, o disinvolta come la maggiore che s'adopera per me con ogni mezzo. Poco lontano, s'ergeva il refettorio dell'Emme americana, e pure l'osteria cinese ove sedemmo, in lieta festa; fuori attendevano le cavalcature nostre, avvinte in dolce attesa. Erano due, la Cavalletta mia e il destriero che Li'ya montava: giacché Li'na cavallerizza non pareva, invero. Sedevo dirimpetto alla vetrata che sulla via s'apriva; ivi potevo contemplare i visi delle mie commensali, i destrieri nostri, il passaggio di fanti e cavalieri, di velocipedi e vetture. Vidi un uomo accucciato sull'isola che, al crocicchio, ai pedoni si riservava. A costui s'approssimavano i clienti, in cospicua processione; a costoro rispondeva lui, con solerte cura. Erano tutti cavalieri coi destrieri azzoppati, o difettosi per certuni aspetti. Ecco qualcuno che della Cavalletta potrà occuparsi alla bisogna, pensai; e ancora fui riconsolata, nel disire mio d'una dimora. Dacché, per me, l'abitare si fa sulle abitudini: segnate sono codeste dalla ripetizione d'atti, e tali si fanno reiterati se esistono dei lochi che piace - o è necessario - frequentare con costanzia. Ancor non so se quivi, a Tàiyuán, sarei felice d'essere presa da siffatte abitudini; ma credo pure che, nell'abitare, si cerchino gli aspetti ed i servigi che per noi indispensabili si fanno. Un buon riparatore di velocipedi, ad esempio, e locande di placido conforto, mense salubri e appetitose, il caldo ristoro di cavaliere e cavalieri amici. Codesti elementi ho già trovato, ivi, in buona parte, benché nel borgo novo due soli dì abbia trascorso. Ieri, quando infine arrivò quel desinare, deliziosa mi parve la zuppa, miracolosi i fagotti ove la pasta celava una verzura tagliata a pezzettini o la carne di porco che tanto diffusa pare nella cucina Han. Mangiammo in gaio cinguettio; Li'na si congedò, infine. Noialtre cavaliere rimontammo i destrieri. Li'ya mi precedeva, sul liscio asfalto ancor gravido d'acqua. |
La novità dei templi antichidata: 2008-06-12 12:22:30 S'infilò quella compagna mia nell'arduo zigzagare delle strade; poco fui abile nel seguire il filo del percorso. Non mi perdetti, tuttavia. Presto fu ella in una via ove, a manca, s'apriva il tempio buddhista di Chóngshàn (www.travelchinaguide.com/attraction/shanxi/taiyuan/chongshan.htm). Quivi ho veduto alquanta verzura nei cortili, e velocipedi in sosta, e pochissimi umani in visita o in preghiera; gruppo niuno colle guide v'era, nell'ameno loco che pareva antico, benché in stato perfettissimo s'ergesse. Credo che molto si fosse rifatto, del monastero avito, in vario tempo, in specie in epoca recente. Senza difficoltà con Li'ya v'entrai, modesto il pedaggio ch'a tutti s'imponeva. Diffidenza niuna s'oppose al sodalizio nostro, domanda alcuna fu fatta alla cavaliera Han ch'ivi m'accompagnava. Lieta ne fui, invero, giacché ricordavo d'aver letto ch'il cavalier Tiziano, al tempo del passaggio suo in quel di Tàiyuán, molto penato avea, giacché la porta dei templi allor s'apriva agli stranieri, ma al popolo cinese era barrata. Pure scriveva, costui, dell'attitudine allor nascente di rifare l'antiche vestigia della Cina che s'erano disperse, bruciate o messe al sacco, giacché il paese s'apriva allora al turismo degli stranieri facoltosi. La vecchia Cina che si voleva consegnare all'oblio, nel balzo maoista verso il nuovo, risorgeva al tempo di Tiziano, venticinque anni anzi il passaggio nostro. Risorgeva in fretta, strana di forme e di bizzarre mescolanze ricca; annosi palazzi s'ergevano, di fresca mina: ma poco si mostrava del genuino antico, giacché le rovine si disponevano in collage, transitando da un sito all'altro alla bisogna, assieme composte in arbitraria posa.Il tempio di Chóngshàn s'ergeva ora raccolto in amabile silenzio attorno alle sue corti. L'assieme degli edifici armonioso mi parve, invero, benché esperta non sia dell'arti del restauro. Forse mi piacque la sobrietà del loco, l'assenza dello stridìo di gruppi organizzati, la cura della compagna mia ch'a me preziosa era. Entrammo nella sala grande. Poco vidi, dei sacri testi del buddhismo che nel tempio si dicevano raccolti in copiosa collezione, del tempo di varie dinastie, dai Song ai Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Ve n'erano alcuni in una vetrinetta; v'era pure un volume d'antica scrittura tibetana, che negli anni settanta del secolo passato in siffatto loco giunse dal Giappone, così almeno riportava la dicitura nel britannico idioma. Molto mi piacquero le corti del tempio ove un poco passeggiammo, nell'attimo che la pioggia a noi concesse grazia. Li'ya si trastullava con i gatti. Ci immortalammo, a ricordo dell'imperitura amistade nostra. Poscia ella mi ricondusse alla locanda. - Tomorrow evening, ten o'clock, look at the computer. Domani sera, alle dieci, non mancare al convegno nostro che si dà per via del composimetro, m'ha detto ella. Indi è partita, in sella alla cavalcatura sua, verso la dimora. |
Taiyuan, casa dolce casadata: 2008-06-12 12:28:58 Oggidì, domenica, la dimora mia nella locanda di Tàiyuán vieppiù di casa odora. Non di remota casa, ch'ergersi deve in un preciso loco d'attorno al mediterraneo lago; di casalinghe abitudini si fa, codesto olezzo. È l'alito netto che spira dalle calze fresche di bucato, appese a seccare sull'ante della madia; è il piacere del giaciglio che non s'abbandona, nel cupo sembiante del cielo ch'al lume del sole ognor si nega. La Cavalletta quivi ristà, le ruote all'aria, giacché m'è parso ieri d'udire un cigolìo molesto presso le corone. Eppur nulla mi pare che noioso sia, per la cavalcatura mia ch'al dì presente il fragore della pioggia si risparmia. Sono i gesti piccioli che rendono sereno il loco d'una dimora abituale; alla stirpe mia di cavaliera errante, poco basta per siffatto odore ch'alla casa s'addice. Ecco la profusione dei biglietti ch'il percorso nostro di Cina hanno segnato: lochi mirabili, cavalieri ch'ai viaggiatori offrivano servigio, indicazioni di locande e di taverne, incontri d'umana simpatia che di sé hanno lasciato traccia. Codesto patrimonio di ricordi, siffatta congerie d'alte emozioni, nella dolce lentezza della casa si dipanano; pure, nella casa si medita sul viaggio, sugli eventi che ci sono occorsi. Quivi sovente si comprende la ragion di fatti antichi, ch'al tempo dello svolgimento oscuri furono a noi. Giacché la casa ciò permette, che in un punto s'ordini la confusione della vita nostra. Forse è illusione, ch'ivi si voglia raggrumare il flusso degli accadimenti, ordinarli in una cassettiera, trovare il filo che li lega. All'umana natura ciò si rende necessario, tuttavia, almeno così credo; giacché sovente è dolorosa, la coscienza d'un cieco brancolar tra casuali eventi. Eppur qualcosa ho scelto, altro non fosse che di partir raminga, colla Cavalletta mia, sulle strade dell'Asia. Quanto poi m'accade sulla via, preveder non posso mai; solo, di buon garbo, giostrar di fantasia, perché dall'imprevisto sempre possa sortire io d'animo lieto, o almeno, senza cospicuo danno. Basta. Certo di casa odora, codesta stanza della locanda, se tali pensamenti ispira. Ma debbo pur nutrire l'ossa mie, e le viscere, d'altra materia oltre codesta che la scrittura informa; e quivi il focolare manca. Scendo dabbasso; benché presto rincasare voglia, giacché alle dieci della sera Li'ya m'attende, nella dimora sua, al composimetro ch'al mio si farà d'eco. |
A ringraziamento del Buddhadata: 2008-06-12 12:34:51 - Hi dear, how was your day? - Very good, thank you. And you? - Very calm, just sleeping and putting in order my stuff in the hotel. Tutto molto tranquillo, sonno e ordine nelle mie cose, qui nella locanda. Stasera, a Tàiyuán, si dà il debutto mio nella conversazione muta tra composimetri: mai m'era occorso, siffatto avvenimento, nella lontana Europa. - Why... perché a Luòyáng ti sei recata, nel borgo ove ci trovammo di fronte al torpedone? - I needed to thank the Buddha. Quattro anni fa, mentre aspettavo il mio bambino, sono andata per la prima volta al tempio di Shaolin. My baby is in good health, sono tornata a ringraziare il Buddha. Un poco mi stupisce, invero, codesta manifestazione di fede religiosa, giacché nel tempio di Chóngshàn ch'assieme visitammo, ieri, segno niuno d'essa Li'ya aveva palesato. Che anzi, m'era parso ch'ella dicesse di non praticare religione alcuna. Forse mal compresi, oppure bene, e allora altro ella intendeva. Forse l'idea di religione che si ha, nell'Occidente, non è la stessa che in Cina dimora, oggidì. Certune religioni ch'attorno al mediterraneo lago fiorirono – l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam – richiedono adesione esclusiva; offre ciascuna, così mi pare, un certo monopolio della verità. In Cina, era dapprima una religione ch'autorità di dogma globale non aveva; le forme e le pratiche religiose, dell'uomo solo o di comunità, potevano integrare tecniche antiche, confuciane e taoiste, buddhiste e pure altre, di tardive sette. La grande maggioranza dei cinesi aderiva alle comunità di culto, che possedevano sovente un tempio a un santo locale consacrato, e si nutrivano con varia fantasia delle risorse simboliche, e dei testi, delle tre dottrine maggiori di cui poc'anzi ho detto. Così sempre non fu, tuttavia, sino al dì presente; questo almeno m'è parso di capire, dalle letture mie che hanno nutrito il viaggio (vedere oltre, nelle “Note tecniche”). |
Religioni e superstizionidata: 2008-06-12 12:38:29 L'idea di religione che nacque in Occidente arrivò in Cina, e ivi pur s'impose. Era il principio del secolo venti; religion fu detto allora il sistema ordinato di pratiche e credenze che s'organizzava in una Chiesa. Codesto sistema era il legittimo; tutto il resto, superstizione. Il resto, dunque, fu perseguito: dal regime nazionalista del Kuomintang dall'anno 1927, dal regime comunista della Repubblica popolare dall'anno 1949. E pure in tarda epoca imperiale, furono in Cina movimenti contro le superstizioni del popolo. Ma sempre ivi fallì il tentativo d'una grande religione nazionale: vi provarono, cent'anni or sono, i sapienti confuciani; ma subito non ebbero successo. Taluni s'indirizzarono allora verso il cristianesimo, talatri volsero la tradizione loro nella filosofia, e non nella religione intesa come prima ho detto. Restano oggi in Cina, così pare, cinque religioni consentite: cattolica, protestante, musulmana, buddhista e taoista. Benché talora, nel secolo venti, abbiano subìto limiti e violenze, codeste religioni poterono quasi sempre trattare col potere, giacché ognuna s'organizzò in associazione. Per nulla poterono difendersi, all'inverso, i templi e le comunità dei locali culti, che della superstizione erano considerati il patrimonio. Difficile fu riconoscere il "vero" taoismo, giacché molto era avvinto a quei culti locali. Ad ogni modo, migliaia di codesti templi furono confiscati e divennero scuole, magazzini o guarnigioni militari. Ciò nondimeno, mai le associazioni religiose ammesse e controllate dal potere centrale della Cina riuscirono a raccogliere oceani di fedeli. Non perché, così almeno mi parve di capire, il sentimento religioso s'estirpasse oramai dalle terre di Cina. Solo, l'idea d'appartenenza a una precisa religione ammessa, estranea esser dovea alla maggioranza dei cinesi Han. Moltissimi di loro s'appellavano ai servigi delle tre tradizioni più diffuse, ed erano buddhisti, taoisti e confuciani al medesimo tempo. E ancora, nelle campagne in specie, codeste pratiche che nel secolo venti si dissero superstizione mai del tutto furono estirpate; le comunità di culto restano vive ancora al dì presente, e pure s'occupano di servigi d'uso al popolo locale, come la costruzione di strade e delle scuole. Dall'anno 2005, il governo di Pechino ufficialmente riconosce siffatte credenze popolari. Quando ieri mi disse – se ben compresi – che non praticava religione alcuna, forse Li'ya questo intendeva: ch'ella non aderiva a una precisa associazione religiosa, tra quelle nazionali ch'erano riconosciute. Non credo tuttavia che s'affidasse alle pratiche della superstizione; piuttosto che si sentisse libera di ringraziare il Buddha, o altri, nelle ondivaghe circostanze della vita. |
Ode all'estatedata: 2008-06-12 12:49:29 - Why did you choose “Summer”... perché hai scelto d'appellarti “Estate”, tra i nomi d'Occidente?- Because I was born in summer... perché sono nata in estate, amo l'estate, l'estate del sole che brilla, dei fiori, dell'abbondante calore. Mio figlio è nato in estate, nello stesso mio giorno, entrambi siamo dell'anno della capra. Nome siffatto esprime l'idea della speranza, una certa attitudine verso la vita. Spero che la mia vita sia piena del sole che risplende, della pienezza dei raccolti, della vigoria che l'estate ispira. D'acqua si vela, codesta vetrata che la stanza chiude, nella locanda ch'a Tàiyuán per me casa si fa. Nel buio della sera che s'inoltra, poco d'estate ormai si sente; l'ode di Li'ya, nondimeno, di tiepido languor il petto istilla. Sorrido al mirabile incanto che dal composimetro ora mi viene. Dell'anno della capra, sono io pure: giacché lo zodiaco cinese, ogni dodici anni, ritorna sui medesimi animali. Scopro, codesta sera, d'essere cavaliera amante della pace e della pietà filiale, d'indole assai romantica e d'arte ricca (http://italian.cri.cn/381/2008/02/01/64@98313.htm); e parimenti Li'ya, e l'infante di lei. Deve, la Cavalletta mia, essere nata nell'anno del cavallo: agile e bella, veloce alla bisogna, ama la compagnia e punto soffre lontana dall'italico suolo donde sortì alla luce di quel sole ch'ora manca, e che Li'ya vagheggia. - Il nome tuo di Cina molto somiglia a uno che per noi è d'uso, e quello della tua germana pure. Così le scrivo sull'augusto schermo, commossa un poco dal dolce tono della corrispondenza nostra. - È Li, invero, il nome di famiglia, e Ya il nome proprio mio. Così risponde ella, e pure spiega ch'in terra di Cina, per gli Han, abituale è d'appellarsi col cognome anzitutto, e poscia il nome; questi due assieme sempre, almeno così intendo. - Domani, la festa terminata, al lavoro si torna. - Lo so, le scrivo. Domani, a Píngyáo mi reco, col treno del mattino. La Cavalletta alla locanda resta. - Good night, my dear. Al rientro, domani nella sera, si rinnova l'appuntamento nostro, dinanzi a codesta macchina che le parole di noi può tradurre. M'augura Li'ya una serena notte; la procella ancor funesta il cielo. |
Sotto le mura di Píngyáodata: 2008-06-12 12:56:51 V'era una donna Han, giovane e stanca, sul convoglio di vagoni che stamane m'ha condotto a Píngyáo. Pompava latte all'infante che teneva in grembo; prima di costui s'addormentò sul seggio, all'aria abbandonando la pendula mammella. Nero di mondo era codesto scomparto, invero, della classe che si dice dura. Ovunque sostavano, gli astanti; l'angusto corridoio tra gli scranni n'era pervaso. Niuno s'è profuso nello scatarramento, per buona sorte; pure, suolo non v'era sgombro. Certo è che mai avrei potuto alloggiare la mia cavalcatura, in simile girone. Presto fummo alla stazione ambita, ove mi liberai dell'ardua vicinanza che s'impose, nel viaggio mio primo sulle strade ferrate della Cina.Clemente s'è fatto il cielo, benché mai si levasse l'astro che degli umani la speme riconsola. L'eterea volta ancor di bruma si nutriva; a piedi m'avviai verso le mura avite, ch'il borgo strignevano d'un amoroso abbraccio. Erano queste forti e maestose, silenti e apparecchiate di sobrie torri e barbacani; accosto v'era la retta del fossato. Ivi pure s'allungava un viale ameno, d'alberi adorno, ch'al passeggiar pareva consacrato. Pochi ne vidi, di passaggi, invero; codesta solitudine quasi spaurire fece il passo mio, seguente la copiosa messe del convoglio. E pure cavaliera ero; tale borgo molto m'intrigava, giacché lo sapevo antico, di mirabili forme preservato. Parevano novissime, invero, di fresco terminate, siffatte mura ch'ai Ming s'imputavano (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm); in quel tempo, il borgo s'attestava florido di commerci, sulle vie di transito tra il meridione della Cina e la Mongolia. All'epoca dei Qing, pure vi prosperarono gli affari; nacquero a Píngyáo le prime banche della Cina; per secoli rimase centro splendidissimo e opulento. Compiuto il tempo degli imperatori, il borgo s'impoverì, e il transito copioso s'abbandonò. Mancò forse il denaro per farne una cittade atta al secolo venti; o pure, solo, fu dimenticata. Tale picciolo mistero per me non s'è svelato, nella visita mia d'oggi. Invero, Píngyáo sembrava villa d'altri tempi, colle casette basse e gli spioventi loro. Banchi di cambio pur non ho veduto all'opra, nell'antico borgo che dalle mura è stretto. Forse vi sono fuori da codesta cinta, ove si trova un'estensione che recente assai m'è parsa. Il passo mio s'è sciolto senza impedimento alcuno; l'ingresso a quella cinta per me s'è fatto agevole, dal portale ch'a sud-ovest s'innalza. |
La fuga di Tizianodata: 2008-06-12 13:00:19 Cavalcature a ruote, tante; un uomo che dei velocipedi infortunati cura si prende. Dal lastrico di codesta via picciola, le vetture paiono bandite. Gruppo niuno di visitatori appare; i cavalieri, locali sono. E le dimore loro, modeste, a un piano, talune coperture un poco irregolari, certune tegole divelte. In un vicolo affondo, che s'interrompe sul battente d'una porta; dietro s'apre il quadrato d'un tenero giardino. Mi rendo di nuovo sulla via maestra, che diritta nel borgo s'inabissa. Certo semplice appare, codesto rione di Píngyáo; per nulla decrepito si mostra, tuttavia, né da miserrimo grigiore avvinto, benché l'aria del giorno non sia lieta. Notano certuni il passaggio mio solitario, e di sorrisi m'accompagnano; niuno si prova a offrirmi scorta, né a me l'impone. Cinque lustri passarono dal tempo di Tiziano, l'augusto viaggiatore italico che a Píngyáo mi precedette pure, e fu per lui cittade proibita. Fuggì allora costui dall'aspra sorveglianza cui erano sottoposti gli stranieri. Vide strade sommerse nella terra, coperte di fango e d'escrementi; palazzi antichi ch'erano cadenti e d'umani stipati, un rivo rosso d'artifizioso sangue che d'una fabbrica veniva. Templi e monumenti antichi non trovò, o li trovò in rovina. Giovani forzati in rieducazione transitavano alle porte del borgo, lucido il cranio, dalla milizia custoditi. Presto fu riacciuffato, il ribelle Tiziano, e redarguito, indi al treno ricondotto. Stamane, procedendo verso il centro di Píngyáo, graziosi si snodavano vicoli e strade; lindi palazzi s'ergevano in mirabile posa, ornati di targhe nel britannico idioma pure, ch'a profusione la storia antica rammentavano. Chissà ove s'erano rilocati, coloro che negli antichi palazzi si stivavano, al tempo del passaggio di Tiziano. Vidi infine taluni edifici affollati molto, ma solo dell'orde dei gruppi organizzati, che neppur l'uggia del tempo infastidiva. Il rivo del fossato, certo non era d'acqua pura, ma del color del sangue neanco si tingeva. Pure non vidi questuante alcuno, né strane mercanzie che i venditori offrivano per placare il brontolìo delle viscere loro. Nulla sembrava pencolare in fragile equilibrio, nel borgo di Píngyáo. Che anzi, per la più parte m'è parso così perfettamente apparecchiato da risonar quasi, come dire, contraffatto. |
Morbidi e duridata: 2008-06-12 13:04:13 Molto l'uzbeka Khiva mi ricorda, codesto borgo di Píngyáo. Là pure (vedere il blog: “Verso il lago d'Aral”) v'erano mura che della cittade strignevano il cuore antico, palazzi aviti che si facevano musei, gruppi organizzati a transitar assieme nei lochi di massimo richiamo, angoli da costoro disertati e consacrati all'opre quotidiane dei locali. Oggidì a Píngyáo, tuttavia, la più parte dei visitatori viene di Cina, almeno così sembra; laggiuso, in Asia centrale, molti di costoro mi parvero d'europeo sembiante. Siffatti palazzi di tradizione Han sono oggidì curati come beni d'inestimabile valore; pure, sospetto che molto di ciò ch'era scomparso, distrutto o sfigurato, sia stato ivi rinnalzato nell'epoca ch'a noi si fa contemporanea. Molti palazzi di Píngyáo, di amene diciture si forniscono: ecco la dimora antica dell'illustre banchiere Lei Lütai, che persino di giacigli riscaldati si dotava. Quivi ho letto, su una targa nel britannico idioma, che passeggiando in codesto edificio, puotesi sentire l'autorità dirigenziale della finanza, il coraggio e l'arguzia di quell'uomo che n'era proprietario. Giacché - s'iscriveva sulla targa ancora - la residenza di costui, eredità preziosa si fa, nello studiare lo sviluppo finanziario della Cina, la sua storia e quella dell'architettura sua. Serenamente, al solingo passeggio mi sono abbandonata nelle strade linde di Píngyáo. Semplice m'è stato, d'orientarmi: giacché minuto è il borgo, diritte le vie maestre ove s'aprono, sovente, botteghe di ninnoli e paccottiglia, locande per la notte e per il dì. V'erano venditori accovacciati sul selciato, in dignitosa sosta, coll'offerta delle frittelle loro. Con molto gusto me ne sono cibata; forse con farina di riso si facevano, e pasta di noci, d'altro non saprei dire. Mi parvero squisite; v'ho aggiunto pure una pannocchia, bollita, per il desinare. Sul fare della sera, in attesa del convoglio che a Tàiyuán mi rendesse, sono entrata in una bottega d'abiti, su un viale, fuori dalle mura. Queste prendo, ho fatto segno alla giovane Han che m'ha condotto tra le grucce ove brache erano appese. E invero, molto necessito di vestimenti novi; giacché il freddo incalza. Il basto della Cavalletta mia non si fornisce, d'indumenti che all'inverno s'addicano. Sul treno, nella sera d'oggi, nel corridoio della classe morbida mi sono accomodata, benché biglietto avessi della classe dura. Laggiuso v'era la bolgia; quivi la calma. Codesta – che si fa più cara, com'è ovvio – tutta già era venduta; ferroviere niuno s'è mostrato, tuttavia, a contestare ivi la presenza mia. Era, codesto, il vagone dei dolci giacigli che quattro a quattro nei compartimenti sono apparecchiati. Pure vi sono i vagoni dei giacigli duri, ove gli umani s'aggrumano come api nell'alveare, giacché porte non vi sono, a compartir lo spazio. Dolce m'è stato il rincasare; Li'ya attendeva la favella mia, al composimetro della sua dimora ch'ancor non conoscevo. |
Guardaroba di Cinadata: 2008-06-12 13:20:33 Saltabecchiamo nella lenta pioggia che stasera m'è parsa rallegrare l'aria. Le macchine sugli scrittoi delle dimore nostre si spengono, oggidì, giacché d'incontrarsi era tempo. Eccoci all'opra nelle vie di Tàiyuán, ch'ancor più risplendono di fresche architetture, intrise di notturne scintille delle luminarie. Non saprei dire in che rione ci siamo accompagnate; senza i destrieri nostri, tuttavia, parevamo uccellini, a zampettare lieti sull'odoroso campo ove s'affacciano i lombrichi dopo il temporale. M'ha condotto, Li'ya, nella bottega grande ove, per lungo tempo, s'occupò d'addestrare i lavoranti. M'aggiravo con trepido entusiasmo in mezzo a quei volumi, ch'erano d'ogni forma e sorta, benché nulla capissi del cinese idioma. Molto la lettura m'appassiona, invero; quando le scorrerie me ne lasciano il tempo, e la scrittura pure, amo frugare quei volumi, rimirarli e toccarli, pascermi del contenuto loro. Vi cerco le risposte che l'avventure mie non m'offrono, o solo il racconto delle gesta d'altri cavalieri: perché molti sono i viaggi degli umani – per terra e per mare, ma pure quelli delle fantasie e delle case loro – degni d'essere conosciuti. Sovente, le storie di costoro, altre fantasie m'ispirano; e forse, pure codesto viaggio mio, da letture s'è generato. Li'ya s'attarda nella libreria; discorre sorridendo con certune commesse ch'ella conosce. A un punto, col direttore novo non s'intese, e preferì altrove rivolgere il travaglio. Verrai presto a vedermi, nell'offizio mio d'ora; non è lontano dalla locanda tua, così m'ha detto. Usciamo; e ancora non saprei per quale via, ci siamo ritrovate sul cammino, folto di luci e di botteghe, ov'ella intendeva condurmi, per gli indumenti miei al freddo atti. Occorre dire che, d'abitudine, poco mi prendo cura di rinnovare gli schinieri e l'armatura; ovvero, cerco di farne provvisione conveniente alle fattezze mie di cavaliera errante. Poco studio la finezza delle stoffe, la qualità della finiture o i marchi; che siano confacenti alla bisogna, di quantità modesta, giacché il basto della cavalcatura mia molto non tiene. Stasera, nondimeno, nella bottega ove Li'ya m'ha condotto, ho scelto una morbida corazza d'elmo provvista, e delle brache che dalla pioggia fanno schermo. Di queste, pure s'è fornita la compagna mia, per l'ampie cavalcate col destriero. - You don't need other clothes. Altro non deve occorrerti. Ti fornirò del resto. Conservo brache che portavo quando fui cavaliera incinta, e una corazza che forte s'oppone al gelo. Più non mi sono d'uso, oramai; a te bene s'adattano. Verrai presto alla dimora mia, e quivi ti darò tutto. |
Il mistero di Jìncídata: 2008-06-12 13:27:19 Così ha parlato Li'ya; e mi stupisco, invero, del poco di parole che tra noi si sono dette. Giacché molto di lei mi pare di sapere. Merito è certo delle macchine che traducono gli idiomi nostri; ma pure d'altro, credo. Penso le sue parole come l'avesse dette nell'italico idioma; eppur cinese è la favella sua, povera di britannica loquela. È come se l'idioma di lei mi fosse noto; forse vi sono altri intendimenti che, nell'amistade, la comprensione fondano. Da qualche dì, la scrittura diserto; la vita, a Tàiyuán, m'ha preso. Non è cittade favolosa, né il puzzolente ammasso che Tiziano vide. È certo il dimorare nella calda locanda, l'affezione di Li'ya, la dolce abitudine dei percorsi miei verso quei lochi ove, solitamente, le viscere appago. Amo confondermi coi velocipedi a sciami, nelle vie; un poco sento d'essere cinese, col destriero mio che sempre m'accompagna. Di cavalcature a ruote, ve n'è una profusione, se appena il cielo si rasserena un poco. Molte s'adoperano per vario travaglio: reggono cesti di verzure o pile di giornali, studenti scortano alle scuole, impiegati agli offizi loro. Stamane, tuttavia, la Cavalletta nella locanda s'è tenuta; credo non le dispiacesse, giacché parecchio è andata al trotto, negli ultimi dì, a Tàiyuán. Mi recavo al tempio buddhista di Jìncí, quindici miglia a sud-ovest del borgo; col sole alto, nel cielo puro d'estate, l'avrei condotta, la cavalcatura mia. Siffatto stato non era; laggiuso ho mosso col torpedone di pubblico servigio. Delicato era il parco, di fiori adorno e d'alberi secolari; tutto pareva di perfezione adamantina. «Proteggere le reliquie del passato è dovere di tutti», intimava un'iscrizione lapidaria tra le aiuole. Monaci non v'erano. Alquanti edifici si stagliavano nella bruma ch'ovattava il parco, sotto la collina. S'attribuivano a epoche diverse: ne fui confusa, giacché del tutto mi sfuggiva la relazione loro. Molto m'è parso affascinante, tuttavia, il tempio della Madre Sacra coi dragoni suoi di legno, ch'alle colonne dell'ingresso s'aggrovigliano (nella foto al centro in basso, http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter16/chapter160312.htm). Si dice il più antico edificio ligneo della cittade, vecchio di mill'anni quasi. Ospita, nell'interno, la processione straordinaria di coloro che servivano la santa donna, ch'era madre d'un principe; decine di statue di variopinta argilla, d'epoca Song (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm), protette da una grata ch'il passo entro la sala vieta. Per il resto, il mistero del parco di Jìncí per me non s'è svelato. Si consacrava al Buddha, invero, quello strano complesso sotto la collina, o a tutte le tradizioni religiose e di pensiero della Cina antica? Quegli edifici, erano riuniti in codesto loco per via del naturale evolversi dei tempi, oppure s'erano ivi raccolti nell'epoca moderna, come parco dei divertimenti, ch'offre alla vista una galleria dell'architetture tipiche di Cina? Dubitosa restai, e ancor lo sono. |
Foto di bracedata: 2008-06-12 14:40:55 Ieri, nel meriggio tardo, Li'ya m'attendeva nell'offizio suo; il destriero di lei, pure, aspettava la Cavalletta. Il cielo s'oscurava appena, benché non promettesse pioggia. Era la Cavalletta assai nervosa; sospetto che in grande simpatia tenesse il velocipede di Li'ya, e volesse mostrarsi bella di forme e agile di scatto. Si lanciò dunque al galoppo sulla via maestra, e non m'avvidi che la strada di Li'ya s'allontanava, a manca. Arrestai d'improvviso quella cavezza forsennata; un assembramento, sul lato della via, attirò allora lo sguardo mio che si faceva lasso.Vidi un palazzo d'enorme sembiante, assai moderno, di stile ch'avrei detto occidentale; v'era un piazzale, dirimpetto, per le vetture in sosta. L'ampia porta ch'ivi conduceva s'era coperta d'un dazebao; umani Han, immoti e taciturni, a sostenerlo. Mostrava esso una dicitura nel cinese idioma che per nulla compresi. Volli immortalarla; indi partii, con la Cavalletta. M'avvidi, di lì a poco, ch'eravamo sulla fallace via. Costrinsi allor la Cavalletta a ricalcar le tracce delle ruote sue; diretro rivenimmo, ov'era il dazebao. Ci prese allora la milizia; e furono minuti lunghi ore. Un milite strizzò col tacco la ruota anteriore della Cavalletta, e anco la tenne ferma alla cavezza. Indi parlò un poco nel ricevitore mobile suo. Provai coll'isteria; mi misi a urlare, nel britannico idioma, e qualche lagrimuccia pur cacciai. Costui per nulla parve impressionato. Molto mi turbò siffatto imperscrutabile sembiante, più forse del timore che mi procurò quel fermo. Non mi sovviene, invero, in qual maniera m'annunciò costui il provvedimento, se coi gesti oppur colla favella. Estinguere. Subito compresi cosa volesse il milite. Provai a salvarle, codeste immagini di brace. Ma nulla potei fare, che le risparmiasse. Controllò il milite l'apparecchio mio, con preciso zelo; indi ci lasciò andare. Presa da collera, spinsi la Cavalletta sulla via; ancor tremava, ella, nelle giunture offese. Sull'opposta sponda del viale, scattai, e scattai ancora; ma la distanza, e il buio, mediocri immagini fecero sortire. Pure, sospetto ch'il dazebao che immortalai di nuovo, non fosse l'altro per cui i militi m'avevano arrestato. Ancor pervasa dall'affanno, e di questioni piena, trotterellai all'offizio ove Li'ya ristava, in trepidante attesa. |
L'ufficio di Guanyindata: 2008-06-12 14:47:10 M'ha accolto, con la festa della cura abituale sua. Le spiegai il fatto. - Tonight, I tell you. Stasera, dallo schermo delle dimore nostre, parleremo di codesto accadimento. Ora riposa; ci recheremo poscia alla taverna ove pesce si mangia. M'ha accomodato nell'offizio ove si svolgeva il quotidiano suo travaglio. Semplice era, un poco disadorno. Sullo scrittoio, alla vetrata accosto, s'ergeva il composimetro, e un ricevitore da banco; poche le pagine ivi affastellate. V'era un divano ampio, e lì oltre, un mobile per il carteggio d'archivio. Fuori s'avvoltolava il cielo, nel cupo rombo della sera. - Your hands! Lo sguardo di Li'ya s'appunta sulle mani che di brace mi si fanno. – È il primo gelo che gli artigli flagella, quando di manicotto s'è sprovvisti! Ho sorriso, nascondendo le mani. V'erano, nella stanza accanto, due giovani Han ch'ella mi disse travagliar, pure, nelle risorse umane. E invero, non grande movimento ivi ho veduto. Che nel tempo pur breve della sosta mia, niuno è giunto coi compiti d'offizio. Il travaglio a uno standard si conforma, e or non ve n'è molto; così ho compreso, dalla favella della compagna mia. Pure, mi pare che la proverbial fatica delle genti Han poco s'accosti a tale offizio. Li'ya v'arriva alle otto del mattino, e termina alle sei del meriggio, per cinque dì la settimana; dal mezzodì alle due, tuttavia, la siesta puote fare, sul divano ch'ivi staziona. Presso lo scrittoio ove s'accoglie la presenza mia, giunge quella donzella che con Li'ya nel quotidian travaglio s'intrattiene. Sorride, ella, mentre mi porge i doni: acqua calda per ritemprar le viscere, e crema per le mani. Li'ya! La sgrido, imbarazzata un poco per l'amorosa sua premura. È lieta, quella compagna mia, del piacere che costì mi procura. M'invita, infine, a contattar la cavaliera madre che sull'italico suol s'aggira e da tempo, delle scorrerie nostre, non ha notizia. Una carta possiedo, ch'in codesta provincia di Shānxī s'usa pei ricevitori da banco. - Madre! Padre! M'esce una voce tremula, che s'accompagna al nero della sera. - Quaggiù per noi si fa sereno, l'aere; pure le cavalcate nostre in lochi ameni si compiono, nel tempo della dolce vecchiezza che s'appressa. Sappi che la giostra, per noi, sempre si porta con tranquillo passo. Che dolce ti sia il cammino, e sgombro di perigli. Rimirai l'aere fosco ch'avvolgeva il viale, oltre la vetrata dell'offizio. Una pena lieve mi punse, in fondo al petto. M'alzai. Nella stanza accanto, Li'ya giocava coi compagni suoi. E molto m'allegrò, invero, la triade ch'era di fronte all'apparecchio mio, dalla stretta dei militi offeso. S'ergevano costoro, assieme, come Guanyin, dea dalle mille braccia, perché potesse, la compassione sua, prestar soccorso a molti di viventi (http://it.wikipedia.org/wiki/Guanyin). Mi piacque codesta figura, che nel buddhismo e nel taoismo di Cina molto s'offriva alla venerazione popolare. Indi Li'ya spense le luci; e fummo nuovamente sulla via. |
La pesca collettivadata: 2008-06-12 14:52:04 Scrollò il cavo dei freni, la Cavalletta mia, lieta che la movessi, accosto al velocipede ch'a Li'ya faceva scorta. Andammo, nell'umidore ch'il cielo procurava; presto s'arrestò ella, di fronte alla taverna ove la cena s'era convenuta. Dolce fu quella sosta che i due destrieri avvinse; almeno credo, giacché quando sortimmo, con trepida allegria trottò la Cavalletta sino alla dimora nostra. Due garzoni sapevo da noi essere attesi; salimmo al piano alto. Sul ballatoio, s'aprivano i ridotti; celava una cortina, di ciascuno, la vista sull'interno. Sedemmo; presto la tenda si scostò.Zhang Hui Sen e Yang Xiao Guang molto parevano di buon umore, nel convivio nostro d'ieri. L'uno era smilzo; sovente si corrugava quel sembiante, nelle grinze del riso. L'altro, piuttosto corpulento, non increspava il viso molto, nel mutare dell'espressioni sue. D'entrambi, ho saputo ch'erano lavoranti nella libreria ove Li'ya s'impiegava prima dell'ultimo travaglio. La britannica favella loro, minima era; pure m'è parso, iersera, d'intendere molte cose. Lo smilzo, con passione alla scrittura si dedicava. Galoppava nel mondo virtuale; colla tastiera sua, all'etere consegnava le storie che nella vita gli occorrevano. Un cavaliere amico! e mi s'allargò il cuore; benché assai non mi nutrissi, in codesta taverna ove molto vidi passare, di cibo, sotto il naso. Giunse per primo il pesce; un poco me ne fornii nel piatto. Il resto, finì nel calderone ch'al centro della mensa ribolliva. Ivi di tutto s'immergeva: insalata cruda, tocchi di tofu, involti piccioli di manzo e di capra, spaghetti, e altro ancora. Indi, con le bacchette sue, ognuno andava a pesca in codesta conca. Debbo confessare che abile non sono, nell'usare gli strumenti ch'in Cina s'adoperano pel cibo. E ancora, la pesca collettiva per me ardua si fa, e non miracolosa; giacché sempre m'è parso poco sano, siffatto spandimento dei germi di ciascuno. Poco mangiai, dunque, delle pietanze che copiose inondarono la mensa, e prima che finissero nell'agitato buco. Quanto al bere, volli tentare una specialità che i miei commensali parevano apprezzare, nel novo della Cina d'oggidì. E invero, venne una bottiglia; il marchio rivelava memorie d'Occidente. - Chinese Coca Cola! mi disse Li'ya, col dolce suo sorriso. Provai. Era calda, d'un caldo riscaldato; un punch senz'alcol, e senza gas, giacché d'anidride mi sembrò priva. Finii il bicchiere. Scese l'orrendo liquido nelle fauci mie di cavaliera errante. Chiesi del tè, l'ottimo tè di Cina. |
Ricchezze d'autoredata: 2008-06-12 14:56:07 - Do you want to write a book? Vorresti scrivere un libro, con le tue storie? ho chiesto allo smilzo, interessata. - È difficile molto pubblicare, in Cina, per gli autori. Così ha risposto e, con l'aiuto di Li'ya, il suo pensiero ha fatto chiaro. Duecentomila yuan, codesta somma l'autore deve fornire perché il volume suo veda la luce, e nelle botteghe del paese sia distribuito. Duecentomila! E pur sono, d'euro, ventimila: trasecolai, iersera, nel convivio che lasciò le viscere mie inappagate. Pare ch'uno scrittore, in siffatte lande, raccolga il denaro tra parenti e amici; sino a garantire, con quello, la pubblicazione sua. Se codesta va bene, l'autore può, almeno, recuperare tale somma. Certo, molti sono i lettori della Cina, molti i possibili acquirenti. Nondimeno, codesta cifra mi parve smisurata. Chiesi allora quanto ci volesse per comperare una dimora, in quel di Tàiyuán. Centottantamila, per una casa che piuttosto grande sia, sessanta metri quadri, forse. Così annotò quella compagna mia, sul taccuino che sempre m'adducevo nella borsa. Le domandai allora del compenso ch'ai lavoratori era dovuto. Quattromila yuan si dota, al mese, colui che all'università insegna, benché a Pechino essere puote sino al doppio di codesta somma. Così mi disse ella; e infine aggiunse che, pel travaglio suo, di tremila circa, ogni mese, era provvista. Siamo presto rientrate, iersera, nella dimora della locanda, me medesima colla Cavalletta. M'è parso inopportuno, infine, ancor tenere Li'ya sulla tastiera, nell'inoltrarsi della notte; giacché prendersi cura dovea pure dell'infante, e del marito. Ho rinviato dunque ad altro tempo le questioni che mi s'affollano nel petto, in specie quelle sul fatto che coi militi m'occorse. Ricoverata la cavalcatura mia, sono andata girellando ancora un poco nelle luminarie che fanno vivo lo spirito del borgo. Nel giallo riluceva la stazione dei convogli ferroviari; rossi vapori s'ergevano d'attorno alla taverna ov'ero solita recarmi a colazione. Solo, ristava un velocipede, sul bordo della via, che pareva d'un biliardo stradale farsi scorta. Ho veduto l'esuberanti tinte d'un mercato che pur di notte molto s'animava. Di quei frutti ho fatto scorta; indi mi sono resa al piacere della tiepida alcova, ove la Cavalletta già s'abbandonava al sonno. |
Il mite riposo dei sorrisidata: 2008-06-12 15:02:48 Stamane ho compreso la ragione del cupo brontolìo che, dal tempo di Luòyáng, la picciola corona della Cavalletta spande. Andando al trotto, sulla via ch'alle pagode gemelle dei Ming conduce, a vuoto d'improvviso girò la pedaliera. Quella corona, alla più grande, bene non era assicurata; le viti, lente, avevano ceduto, e s'erano disperse sull'asfalto. Ho pensato ch'il viaggio si facesse duro, pure per la cavalcatura mia; più tardi dal riparatore ti conduco, le ho detto, accarezzandole il telaio. Indi l'ho presa alla cavezza, e il cammino ho proseguito a piedi. Giacché l'altra corona puotesi usare, ma sol per la discesa; e allor la via montava un poco. Ameno era il giardino ove s'ergevano le due pagode nella nebbia. Credo che piacque alla Cavalletta, benché indisposta fosse. A lungo chiamai il custode, perché l'uscio m'aprisse del giardino. Venne, con amabile sorriso, l'uomo minuto che mi sembrò anziano; la Cavalletta fece accomodare, avvinta al fusto snello d'un arbusto. Ho amato passeggiare nel giardino ove s'ergeva, delle pagode, la doppia sentinella. Ho amato, credo, la dolce solitudine di quel loco disertato dai visitatori, la nebbia che correva in banchi acquiginosi attorno alle antiche due vette di mattoni, il luminoso volto del guardiano. Certo m'è parso, qui pure, che molto s'innalzasse di moderno, nei padiglioni ch'al parco facevano ornamento. Entrai in un tempio. «Buongiorno a chi non c'èèè.....», gracchiava, nell'italico idioma, il fondo del cortile. Mi parve un'operetta che fosse data alla radio; indi passò una donna coll'abito monacale giallo, rasato il cranio, serafico il sembiante. Mi porse l'immaginetta del Buddha, sorrise, e passò oltre. Ho amato, credo, il mite riposo di quei sorrisi, nel giardino delle due pagode. Sul viale ove sorgeva la locanda, ho condotto la Cavalletta dal riparatore. L'uomo operava, ogni dì, nel medesimo loco, salvo all'occorrenza della pioggia; giacché bottega non aveva, bensì un angolo di sterrato marciapiede. D'uno scranno, uno sgabello e il cesto degli attrezzi era fornito; indossava una giubba di taglio militare, e ampi calzoni. La tua cavalcatura sarà presto curata, m'ha fatto cenno colle serene rughe della fronte. A costui ho affidato la Cavalletta; nell'osteria dirimpetto mi sono accomodata, per il desinare. |
Tremori e beatitudinidata: 2008-06-12 15:05:47 In codesta taverna sovente m'attardo, al desinare. D'uso si fa per me, sui percorsi quotidiani nel borgo ch'oramai mi fa dimora in Cina. Altra mensa per la prima colazione, altra per la cena: le medesime, ogni dì. Pure, nei paraggi, v'è la bottega ove al nitore degli abiti miei provvedo; tali lochi, alla stanza delle mie notti, fanno complemento. Ecco l'abitudini mie di Tàiyuán. Quando più disire non avrò d'affidarmi al dolce rituale che mi riporta sui percorsi usati, sarà il tempo della dipartita. Così pensavo, poggiata sul desco l'armatura.- Miàntiáo, bù làde! Chà...xièxie. Spaghetti, non piccanti, e tè cinese... grazie. La donzella portò quanto richiesto. Fu l'opra d'un maestro; quel piatto, ove la salsa era d'oro rosso, mi procurò un fremito di suprema beatitudine del gusto. E pare, invero, che celebre sia ovunque nella Cina codesta provincia di Shānxī, per la sublime arte della pasta. Nel mezzo di tale incantamento, volsi lo sguardo oltre la vetrata, ch'apriva la taverna sulla via. Il riparatore era disparso; la Cavalletta pure. Corsi di fuori, le viscere in subbuglio. V'erano gli attrezzi suoi, sovra il selciato, e cavalcature d'altri, in attesa. Quivi pure s'ergevano certuni cavalieri Han, immoti. Videro il sembiante mio che terreo si facea; di gesti si nutrì allora la favella loro, perché capissi io, e il turbamento più non mi strignesse. È in giro, a procurar dei pezzi; subito torna. Questo compresi; il tremore tuttavia non mi lasciò, sino a quando lo vidi comparire, allegro e scanzonato, in groppa alla Cavalletta mia ch'era sanata. Sorrise; felice, credo, della fugace ebbrezza che s'era permesso, in quella fuga sul destriero venuto da lontano. Non parve inquieta, la mia cavalcatura, bensì serena, di trotto arguto e scaltro. Solo, m'avvidi allora ch'era mancante del fanale, che si poggiava diretro sulla ruota. Non credo tuttavia che ne fosse responsabile quell'uomo. Rientrai nell'osteria, i ginocchi ancor piegati d'un tremolare lieve. |
Sorprese del noviluniodata: 2008-06-12 15:12:37 Altre storie ci sono occorse in quel di Tàiyuán, che invero di narrare è d'uopo, prima che la Cavalletta mia spazio reclami per dire la sua parte. Volentieri le lascio raccontare ciò che sarà nella capitale grande di Beijing, che sull'italico suol Pechino s'appella. Non ho passione per le complicanze ch'alle metropoli s'attagliano: amo le scorrerie nelle pianure, nei deserti vuoti di mondo, o nei villaggi; pure, nei borghi piccioli e medi ch'un tempo furono grandi, e ora giacciono, negletti, fuora dal ritmo ch'oggidì governa il mondo. So che la cavalcatura mia molto tiene d'arrivare a Pechino, e ivi di sostare sino all'epoca dei Grandi Giochi. Mi conobbe, ella, quando volevo cavalcare sulla cresta dell'asperità del mondo e spaccarne il cuore, per carpire il segreto di quei battiti; lontano si fa quel tempo che mi vide inseguire l'essere delle cose in atto. Non che fuggire voglia, nell'universo illusorio della letteratura, da codesta attualità che col trombettier s'annunzia. Solo, più non inseguo la cronaca che fresca s'impone d'arrivare sulle mense, seppur quasi ignota d'ingredienti. Amo delle parole lo scandaglio lento, le storie d'ignota fanteria, quelle ch'il trombettiere mai riporta, tra le note sue.Molta ve n'è, di tale fanteria, nella mattina ch'a Tàiyuán m'aggiro, con la Cavalletta, nel tempio ove sbarcammo il primo dì con Li'ya. Sono tornata quivi, al trotto, per l'errore fortuito del cammino. M'ha irretito d'improvviso, quel dedalo di vie, quasi volesse forzare l'andatura mia nel vicolo di Chóngshàn che noto m'era. E pure, a vero dire, subito non l'ho riconosciuto, giacché di mondo pieno si facea; e il primo dì, colla compagna mia, quasi diserto era. V'era la pioggia, allora; e or di nebbia s'aggronda il cielo, sull'umanitade varia che quivi confluisce. Fuori dal tempio, sulla via, è moltitudine di storpi e questuanti, venditori d'incenso e di frutta; pure, v'è chi s'occupa di vegliare dei velocipedi la sosta. L'interno, nella corte, si fa tripudio del fumigante aroma dell'incenso; si levano in alto i voti dei fedeli, le mani e le candele. Si prostrano taluni in rituale di genuflessioni; sfilano, talaltri, con devozione attenta, dirimpetto alle sacre immaginette. La sala maggiore di quel tempio al Buddha consacrato, e agli accoliti suoi, s'empie del lamentoso canto ch'un monaco dirige col battito del gong. Molti alla dea Guanyin dalle mille braccia s'inchinano con venerazione. Si vestono vieppiù gli altari di Chóngshàn di mele e melograni, banane e cachi, di pane, e banconote molte. E pure è giovedì, presto al mattino; nulla comprendo della cerimonia, se straordinaria sia o d'agio usuale. - Oggidì è il tempo primo della luna nova - così mi scrive Li'ya - e il Buddha, molta di gente si raccoglie a pregare. T'ha arriso la fortuna, stamane, d'essere al tempio. |
Il sonno della Cavallettadata: 2008-06-12 15:17:15 Nella locanda m'attardo, in dolce corrispondenza colla compagna mia che, dalla magione, con pazienza risponde alle questioni ch'ivi le porgo. Del fermo che la milizia ci ha imposto, ancor voglio sapere; pure, comprendo che discorrere di siffatto accadimento è d'impaccio a Li'ya.- Molti stranieri sovente esagerano i fatti, talvolta non capiscono e allora inventano codesti fatti arbitrariamente. E l'impatto sull'immagine della Cina... - Comprendo la tua cura, così le rispondo sullo schermo, molti vi sono di pennaiuoli frettolosi, a inseguire la notizia che fa gola. Io spero di non essere fra quelli; I want to know more about Chinese life and problems, not only visiting places for tourists. Intendere vorrei il cuore della vita e dei travagli del popolo cinese, non visitare solamente i lochi apparecchiati pei turisti. E ancor questo le scrivo: amo la penna che s'avvita lenta sovra le pagine che si fanno scure. - Hehe, I know. Ella così risponde, e sullo schermo appare l'emoticon ridente ch'il colloquio notturno quivi chiude. Sulla questione, con lei, non più farò ritorno; benché molto ancor mi tocchi il disire dell'arcano non svelato. So ch'il palazzo ove, dirimpetto, s'ergeva il dazebao nel dì del fermo nostro, sede si fa del governo provinciale di Shānxī. Lecito m'è d'immaginare una protesta, ch'a tale autorità ivi s'indirizzasse: nondimeno, non ho potuto punto decifrare chi ne fossero gli autori, le ragioni loro e la virulenza di codesti ideogrammi. Gli accadimenti ch'a noi restano oscuri e ch'altri, a noi d'attorno, vieppiù sottraggono alla comprensione nostra, s'agitano nella fantasia quali mostri orridi e sozzi. E forse non così grave era, quella dicitura; ma io così la vidi, giacché opprimente venne la reazione dei militi. Potessi del cinese idioma esser padrona! Sospiro, rimirando la Cavalletta che già s'addorme, accosto alla vetrata della stanza. Chissà se il dazebao ch'in fine ho immortalato, sull'opposto fianco della strada, era lo stesso che mi procurò siffatto ostracismo delle immagini. Dorme, la Cavalletta. Credo sia lieta, domani, d'approfittare della sosta che le offro alla locanda; l'intemperie e gli incidenti ch'a Tàiyuán ci sono occorsi, l'hanno fiaccata certo. L'avversità, tuttavia, sempre rinsalda il sodalizio ch'alla cavalcatura il cavaliere lega. E pur tempo v'è stato, quivi, e modo, d'alleviar l'affanno di codesto viaggio, che grande si facea al nostro arrivo in siffatto borgo. Ricordo d'aver detto ch'il destriero mio avrei inviato a Mosca, affinché laggiuso m'attendesse. Ora che la fatica mia è vinta, veglio sul sonno lieve della Cavalletta, affinché troppo lassa non sia e dunque m'abbandoni. Male, col passo del fante, saprei portarmi per le vie di Pechino. |
La casa delle lanterne rossedata: 2008-06-12 15:24:33 Stamane alla locanda ha riposato, la cavalcatura mia, nel tempo che trascorrere ho voluto nella ferace campagna d'attorno a Tàiyuán. Cercavo, invero, la residenza d'un mercante ricco che molta di fortuna ebbe all'epoca dei Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm) coi traffici del tè e del formaggio tofu. Visse costui nella dimora ch'al dì presente ancora grande s'erge, d'oltre trecento stanze provvista e di sei corti larghe, venticinque miglia a sud-ovest del borgo che della provincia di Shānxī è capoluogo. La casa di Qiao piacque al giovane maestro Zhang Yìmóu; nell'anno 1991, volle girarvi una pellicola che tanto celebre fu, allora, in terra d'Occidente. Era l'affascinante Gong Li nei panni della quarta moglie d'un ricco signorotto ch'ivi dimorava, quasi un secolo prima del viaggio mio con la Cavalletta. Ricordavo le corti, le terrazze e le stanze ove s'accendevano quelle lanterne rosse (www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=13041); ho voluto allora rischiarare il ricordo d'angoscia e poesia che mi lasciò la visione del cinematografo. E invero codesta casa, per certuni lochi, ancor pareva il palcoscenico d'un film (http://italian.cri.cn/286/2006/05/23/121@56365.htm). Delle lanterne rosse, ovunque era tripudio. Ai tetti appese, stivate alla riserva, nell'ameno giardino, sempre vegliavano sul moto dei visitatori in branchi e in coppie. «No spitting please», raccomandava la dicitura appesa al netto muro d'una corte, nel cinese e britannico idioma. Che non si sputi quivi, nell'ordinato nido florido di verzura, di mobilia adorno e d'oggetti antichi nelle sale. Malgrado lo spettacolo ch'oramai forniva la dimora, vuota d'autentico respiro d'abitanti, l'emozione mi colse a un tratto, assieme a un barlume di sole malaticcio. Fu nella corte ove trovai le tracce di quelle immagini che ricordavo dal cinematografo. Mi parve allora d'aspirare l'odore d'una muffa antica; pure, mi colse il sinistro cigolìo di porte ch'il vento non risparmia. Chissà di che natura era, quel moto dell'animo mio: non credo si trattasse di paura. Mi viene ora codesto pensamento: la vista dell'immenso, o del piccolissimo, emozione certa procurano. Ma, pure, essa d'altro si nutre: s'erge talora uno scoramento lieto, quando per sorte addiveniamo a un loco che già noto ci pare, veduto o conosciuto in altro tempo. È l'emozione ch'il familiar procura; codesta esser dovea, benché solo nei fotogrammi la casa di Qiao avessi frequentato prima. |
Idillio campestre e fauci oscuredata: 2008-06-12 15:27:51 E ancora olezzi noti m'hanno accompagnato, nell'altre sale della dimora grande di Qiao. Cantina e segatura, odore d'umido terriccio forse: questo rammento, della visita mia di stamane, là ove s'è posto pure un museo picciolo delle tradizioni popolari che codesta regione fecero viva. Trovasi ivi attrezzi da lavoro in legno e in ferro: rastrelli e pale, e altro che s'adopera nei campi. Ho voluto vederla, siffatta prospera campagna d'attorno: nel borghetto lì accosto, gallinacei raspavano nei vicoli sterrati. Una giovane donna m'ha sorriso, spronando il velocipede suo oltre la mota ch'il cammin celava. Sul lastrico di talune viuzze, ho veduto ampia tappezzeria d'auree pannocchie di mais. Ho preso infine giù per una strada che s'inoltrava nei campi. Lieto s'avvicinava il mio sembiante al leggiadro festone ove zucchette erano appese; quando, sul fianco della via, non pochi di rifiuti m'hanno stretto, ivi all'abbandono. Mi dispiacque, quella stonatura nell'idillio campestre. Presto tornai sui passi miei, nel borghetto che d'attorno alla dimora Qiao s'ergeva. Taverne e botteghe offrivano i servigi loro al nitido passeggio dei viandanti. Presto sono rientrata, nel meriggio, a Tàiyuán, nella locanda. La Cavalletta il telaio rizzava, impaziente di rimettersi per via. L'ho ben sellata; alla festa della sera mi preparo io pure. Domani, ho ammesso infine, si salpa nella notte col torpedone per Pechino. Godiamoci codesta dolce sera, che Li'ya a noi riserva tutta: alla dimora sua c'invita. Spero sarà per noi amabile sorpresa. Così ho detto alla cavalcatura mia; d'un fremito s'è scossa, e nulla ha proferito. Credo, ch'un poco, tema il viaggio novo; e forse, pure, le fauci oscure della capitale. |
Sul lavoro e sui piedidata: 2008-06-12 15:37:13 Alla locanda nostra s'è resa, la compagna mia di Cina, coll'agile sua cavalcatura, nell'ora del meriggio che segue il travaglio del dì. In principio, sosta s'è fatta nell'offizio grande ove s'inoltra la corrispondenza. D'un pacco la Cavalletta s'era caricata, perché gli abiti d'estate si rinviassero sull'italico suolo, e quegli oggetti pure ch'al seguito del viaggio più non s'addicevano. Molto di danaro occorreva per la spedizione. In altro modo infine ho provveduto; parte del contenuto di quel collo è passata a Li'ya. - Poco mi piace la gente ch'ivi sosta, sul piazzale dirimpetto all'offizio. Sono loro, tutti, senza lavoro alcuno; questo m'è parso che dicesse ella. Quegli uomini ho rimirato, un poco triste pel commento della cavaliera che m'accompagnava. A chi Li'ya attribuisse la responsabilità di codesta condizione, non mi fu dato di capire; certo sapevo che sempre ella aveva lavorato con solerzia, pure col bimbo in fasce, giacché la famiglia del marito, alla bisogna, vicina e premurosa era. Sempre Li'ya s'era occupata di formare i lavoranti; credo che lo stazionamento di gente sprovvista di travaglio fosse per lei d'offesa a un intimo, venerabile valore. Sovente, oggidì ancora, nelle vie dei borghi della Cina si vedono gruppi di giovani apprendisti – e pure, forse, di lavoratori anziani – che in formazione sono addottrinati; credo si voglia così rendere forte lo spirito di squadra, la ragion comune d'una stessa famiglia che s'adopera per la causa condivisa. Codesta formazione, Li'ya aveva amministrato, coi lavoranti della libreria di Tàiyuán; la immaginavo curare la sua squadra con la dolce fermezza che la distingueva. Pel centro del borgo abbiamo cavalcato un poco; i destrieri nostri hanno trovato temporaneo alloggio nel cuneo d'un vicolo tra due palazzi. Indi nel bazar d'un piano interrato m'ha condotto. Rossi stivali, e gialli e d'altre tinte; calzature pei piccoli e pei grandi, pei cavalieri e pei capricci delle amazzoni: tutta la fantasia s'ergeva, pronta, a spingere il moto di quei piedi che d'essa volevano nutrirsi. Da tanta profusione, Li'ya ha saputo cavare la sua preda, destinata all'infante. Altre chimere cercano, le galoppate mie: nulla ho ritenuto che mi convenisse, in quel mercato. Spero ch'il cammino a seguire aspro troppo non sia; giacché, l'uniche calzature mie, rodate non sono pel rigore dei freddi siberiani. |
La cerimonia delle immaginidata: 2008-06-12 15:40:53 Nell'est di Tàiyuán, passata la stazione ferroviaria, nel mezzo d'un rione che s'addensa d'edilizia popolare, s'è terminata la cavalcata coi velocipedi nostri. Per essi v'era un ricovero assai grande con tettoia, tra i palazzi; dalla guardiola, una donna m'ha porto il numero ch'al destriero mio corrispondeva. Ivi la Cavalletta s'è sistemata di buon grado; Li'ya m'ha preceduto verso la dimora sua.Non v'era elevatore ch'al piano sesto conducesse; subito ho compreso che, la magione tutta, più non s'estendeva della stanza mia nella locanda. E pure erano quivi Li'ya, il marito, e l'infante loro: benché sovente fosse costui dagli avoli alloggiato, o dai bisavoli che nei dintorni dimoravano. S'entrava sul breve corridoio che terminava in un bovindo. Quivi la cucina esser dovea: ma nulla v'era, in vece, che la preparazione di cibi richiamasse. I pasti casalinghi, gli avoli per noi pure preparano; li consumiamo nella magione loro, ch'è qui dabbasso. Così m'ha detto la compagna mia; indi nel salotto m'ha fatto accomodare. Di superficie picciola, ma non angusta, codesta sala conteneva un sofà, e lo scrittoio col composimetro ch'ella aveva usato, nel corso di quei dì, per farmi chiari i pensieri suoi, i dubbi e le questioni ch'a lei avevo sottoposto. V'era infine la camera da letto, e la sala da bagno col getto d'una doccia. Benché modesto, l'insieme m'è parso dignitoso. Banane, ella m'ha offerto; indi ha voluto celebrare la festa della visita mia, colle immagini degli accadimenti che la sua vita hanno segnato. Ecco il fascicolo dello sposalizio: di rosso ella si veste, e bianca anco si mostra, giacché il rosso di Cina è simbolo di fortuna e d'amore, e della vita che fiorisce. Il bianco è d'Occidente, così comprendo: molti giovani Han, oggidì, di contrade lontane nutrono i sogni, e laggiuso pure s'ispirano per gli abiti loro. Ecco l'infante, e il giovane marito, e la famiglia riunita; Tàiyuán sotto la sferza della neve, e lei, Li'ya, ch'accoglie serena quella manna. Ecco l'addestramento dei lavoranti nella libreria: rossa di tutti la casacca, liberi nella foggia dei calzoni, di bianca veste ella s'adorna e si distingue, giacché il gruppo conduce. S'apre la porta d'improvviso: riconosco quei visi che poc'anzi erano nelle fotografie. |
Il mondo in selladata: 2008-06-12 15:44:16 - Zhou Jin Yang!L'infante ruzza veloce sul sofà, ove Li'ya le calzature nuove ha sfoderato. Quattro primavere ha veduto passare: forte e lesto di piede, più grande dell'anni suoi si mostra. Ama la posa per le immagini; all'apparecchio che le fissa, si presta volentieri. Senza indugio il marito di Li'ya si riallontana; dabbasso ripartiamo, noialtre cavaliere coll'infante, verso una taverna. - My baby loves the night. Ama sortire nella notte, il bimbo mio: è raro che gli accada. Così ella mi dice, nel mentre ch'alla mensa ci rendiamo. L'infante un poco empie il locale di capricci; e mi sovviene d'aver letto della viziatura che, sovente, si fa per l'unico figlio che nei borghi di Cina agli Han si prescrive. - I told my baby: go to China tour by bike. Ho detto al mio bambino: da grande, farai il giro della Cina in bicicletta. Perché, madre? così m'ha domandato. See the world! Per vedere un po' il mondo, gli ho risposto. Sì, madre, m'ha detto infine. Ma, in verità, non credo abbia compreso. Sorride, quella compagna mia, e io con lei. Sono rientrata alla locanda, con la Cavalletta, trottando nel buio chiaro delle luminarie. Codesta per noi si fa ultima sera, in quel di Tàiyuán; dolce languor m'avvince, dacché prosegue il viaggio nostro, domani, e la diletta cura di Li'ya quivi s'arresta. Di Pechino, ella m'ha donato una mappa; ancor mi veglierà costei, seppur nella distanza. |
Verso Pechinodata: 2008-06-12 15:48:10 Piange, la giovane addetta alla ricezione, nella locanda. Ma non per la dipartita nostra; d'altro affanno si nutre il cuore suo. Ah, l'impotenza dell'incomprensione! Macchina alcuna si fa così veloce e delicata nella traduzione dei sentimenti; ivi ristò per un momento, incerta sul da farsi. Indi qualcuno giunge nella ricezione, e m'allontano.Codesto è il dì che ho scelto perché l'ultimo sia, a Tàiyuán. Fretta niuna stringe; pure, sento ch'è tempo. Non che, di proseguire il viaggio, abbia repente smania, né – com'è noto – d'arrivare subitamente nella capitale di Cina. Quivi, a Tàiyuán, ho ripreso le forze, nel dolce ritmo degli affetti e d'una locanda che per me s'è fatta casa. Alla scrittura mi sono consacrata, con la quieta armonia ch'a essa è necessaria sempre. Cosa altrove mi spinga, ora, è tema da sondare. Ah, il dolce tepore della magione ove si sverna, nella serena consuetudine dei gesti noti! In vece, ecco Pechino, e l'infinita traversata di Russia che ci attende; e altri affanni, altre fiacchezze. So che la Cavalletta lieta sarebbe, d'una sosta più lunga in qualche borgo. Perché dunque, rimettersi per via? Potrei dire ch'il lasciapassare nostro presto spira; ma, del moto novo, esso non è cagione. Il cavaliere Nicolaj ci aspetta, a Mosca. Furono gioiose cavalcate, le nostre, nel tempo che ci vide assieme, d'attorno al mediterraneo lago. Tre lustri, o quasi, passarono d'allora; altre vie, e velocipedi diversi, poscia da noi furono presi. Non bramo dunque d'arrivar subito laggiuso; né altrove mi chiama la passione, o il travaglio. Pure, sento che s'è esaurito, codesto viaggio mio con la Cavalletta: e forse, col rigor del verno, s'addorme la speranza d'una folgorazione nova che dal viaggio s'attende. Perché dunque, rimettersi per via? Salpa senza rumore, il torpedone per Pechino; così m'è parso almeno. Pure, il motore ha dovuto avviarsi, nel buio del piazzale. La Cavalletta è sola, nella stiva larga. Niuno affanno m'è stato necessario pel trasporto suo; serena la contrattazione col conduttore. Pochi di fanti, sugli scranni del convoglio, uomini solamente. Non vi sono ottomane per dormire, benché spazio non manchi. La notte è fredda. Non ho trovato una risposta, per le questioni d'oggidì. Pure, permane l'impulso ch'al moto mi sospinge, e lo assecondo. Sarà Pechino, e poi la Russia. E l'antico mondo d'Occidente, e il Mediterraneo. Penso alla dolcezza dolorosa dei ritorni. Nel borgo ch'ora lascio, ancor m'ha punto la suggestione di codesto lago che m'ha visto infante, al trotto sui tricicli: nei vicoli animati dal passeggio notturno, nell'abbondanza delle taverne strette, nei carretti delle mercanzie, nello sposalizio d'orrido e sublime. Benché, forse, siffatte cose la mia nostalgia abbia segnato; giacché, d'immagini diverse, nutrir si puote la fantasia d'altri, a Tàiyuán. |
Note tecnichedata: 2008-06-12 16:02:15 Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”. Per il pernottamento a Tàiyuán: nella “Taiyuan Railroad Mansion”, al quarto piano, c'è il Taiyuan Railway Hotel (camera doppia con bagno: 120 yuan, costo negoziato). Per arrivarci: con le spalle alla stazione ferroviaria, si trova nella via che scende (a sinistra) parallela al corso principale (che si chiama Yingze Dajie), accanto all'entrata posteriore della stazione degli autobus per Pechino (vedere il biglietto nella foto). Per andare da Tàiyuán a Píngyáo la cosa migliore, nonché la più economica, è prendere il treno (ma senza bicicletta!). Le possibilità sono molteplici: per l'andata c'è un buon treno alle 8.57, per il ritorno da Píngyáo alle 19.07. Il viaggio dura circa un'ora e mezza. Sarebbe bene acquistare i biglietti con un certo anticipo (il giorno prima dovrebbe bastare). Per chi volesse invece pernottare a Píngyáo, ci sono vari alberghi intorno alla via principale (Nan Dajie), tra cui la Harmony Guesthouse (camera doppia: 120 yuan). Per andare al complesso di Jìncí, si può prendere l'autobus 804 che parte dal piazzale antistante la stazione ferroviaria di Tàiyuán (occorre poco meno di un'ora). Il tempio buddhista di Chóngshàn (Chóngshàn Sì) e il giardino delle due pagode (Shuāngtă Sì) possono anche essere raggiunti a piedi dalla stazione ferroviaria di Tàiyuán (per il secondo, la passeggiata è abbastanza lunga). Per andare da Tàiyuán alla residenza di Qiao (Qiáo Jiā Dàyuàn), occorre prendere un autobus con destinazione finale Píngyáo (cercare sul piazzale antistante la stazione ferroviaria; nel nostro caso, è stato preso lungo il viale Jianshe Beilu). Tempo di percorrenza: poco più di un'ora (è bene domandare all'autista dove scendere). Per il ritorno a Tàiyuán, l'autobus ferma sul lato opposto della strada. Da leggere: - La pensée en Chine aujourd'hui, sous la direction d'Anne Cheng, Paris, Gallimard, 2007, 478 p., in particolare il capitolo: «L'invention des “religions” en Chine moderne» (pp.185-213). - Tiziano Terzani, La porta proibita, Milano, TEA, 2000 (1984), 272 p., in particolare il capitolo: «Lo accoltellai quattro volte ed ero felice» (pp.167-189). - Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p. - M. Raveri, «Buddhismo» (pp.335-368) e «Buddhismo cinese» (pp.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p. Nelle foto: immagini di Tàiyuán e (in alto a destra) i riferimenti dell'albergo. |
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