
Luoyang e la Mecca del Kung FuDalle memorie di Suor DeodoraBlog di DODAMANTE del 2008-05-14 11:53:14Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta |
Il dolce turbamento del conventodata: 2008-05-14 11:58:07 S'apre il tempo della bella stagione, o meglio esplode d'improvviso, d'attorno al convento ove trascorro l'ore mie affaccendata alla scrittura. Le consorelle paiono indaffarate e solerti più di prima; ma tutto ha una nota d'allegria, giacché quando si leva il sole – certo e fermo nei cieli azzurrini che si spandono sopra codeste mura – rinasce la speranza ch'a tutte rinverdisce il cuore. Benché poco discorra con le suore, vedo e annuso l'aria che d'intorno svapora, in siffatte giornate di primavera tardiva. Sereni i visi, leggiadre frusciano le tonache per le fiorite corti del convento; qualcuna canta, altre bisbigliano tra loro, quasi educande timidamente innamorate; schiocchi di cristalline risa inseguono i volteggi dei giovani usignuoli. Chissà cosa sperano che cambi, le consorelle, nel prossimo calore che presto intriderà i frutti della terra e le acque del lago; certo sanno che la vita, per loro, s'adagia al ritmo delle vive e delle morte stagioni che dipingono le mura del convento. Eppure, quando il mirto si veste di fiori, e la campagna d'intorno s'ammanta delle rosse corolle dei papaveri, tutte paiono ringalluzzarsi; le sere si fanno lunghe, e molti lumi s'attardano. Persino la badessa più non si cura dei notturni lumi; l'ho sorpresa, una volta, sulla terrazza del convento che s'apre alla campagna. Guatava la striscia di luce che perdura sull'acqua, al tramonto, e le falene che battono l'ali sull'edera, e le nottole della sera. Voi qui! m'ha detto, imbarazzata un poco. M'era parso che qualcuno scotesse il batacchio del portale, le ho risposto, serena. In verità, curiosa ero di vedere cosa attirasse l'attenzione di lei, fuori dalle mura. Ella m'ha rivolto un barlume di sorriso, e nulla più ha aggiunto. Credo sappia leggere l'inquietudine che negli occhi miei balena; giacché il tempo della bella stagione acuisce il desiderio mio di ritornare in strada, e di deporre la penna. Ma tempo non è ancora: il racconto del viaggio d'Asia non s'è compiuto. È dunque buona sorte che nessun cavaliere sia venuto a reclamare la mia compagnia, nel convento, per nuove scorrerie. Ma questo attendo, non lo nego; e per intanto, mi faccio forza a ricordare quelle nebbie di Cina ove i monaci mi turbarono, benché il cuore non si scaldasse al lieto tepore dell'astro ch'alla presente stagione quivi regna. |
Sotto il giogo del casodata: 2008-05-14 12:03:53 Fui a Luòyáng, con la Cavalletta, per le circostanze che il viaggio m'impose. Come si sa, avrei dovuto essere a Pechino già da tempo: ma i convogli ferroviari a noi erano interdetti, giacché i velocipedi non vanno con gli umani, sui treni della Cina. Dopo il gran rifiuto che ci opposero in quel di Jiāyùguān (vedere il blog “Ai confini del Tibet”), mai più tentammo l'avventura della strada ferrata, fintantoché restammo in codeste terre che d'ideogrammi s'ammantano. A Xi'an, invero, v'erano torpedoni per Pechino; era tempo di festa, tuttavia – la fondazione della nuova Cina popolare si ricordava – e le cavaliere Giovanna e Francesca avrebbero goduto d'una speciale dispensa dal lavoro, per una settimana (vedere il blog precedente). Andavano a Luòyáng, nella provincia vicina di Hénán, per recarsi al tempio che vide nascere l'arte del Kung Fu. Andavano col treno, a noi interdetto dunque. Lo stesso dì della partenza loro, presi con la Cavalletta un torpedone a ruote, dalla stazione dirimpetto alla locanda nostra di Xi'an. Era il borgo di Luòyáng a est di Xi'an; m'avvicinavo così alla capitale, seppur con la lentezza cui mi costringevano il destriero e la casualità degli incontri sulla via. Quando pure si trattò di cavaliere note, il percorso di Cina si fece imprevedibile; chiara era la meta solo – Pechino, e poi la Russia – ma per il resto, la via cinese si sciolse in larghi giri, in ampie soste in borghi sconosciuti, che pure non potrei dire deviazioni. Giacché deviar si puote, ove si vuole abbandonare la maestra via che ben nota permane al viaggiatore. Ma strada niuna conoscevo, allora, in quelle remote terre di Cina; così m'abbandonai alla fortuna degli incontri e dei trasporti. Infine, al giogo del caso, non male m'accomodai. Circa settecentocinquanta miglia v'erano, dall'antica capitale di Xi'an alla nuova di Pechino; tempo mancava ancora, ai giochi olimpici che mi studiavo di scansare, dacché il tumulto delle folle m'era già ostico allorché il secolo Dodamante mi nomava. La Cavalletta non era dell'avviso, almeno credo; mi parve che l'andatura rallentar volesse, perché ci ritrovassimo a Pechino nel pieno dell'estate memorabile dei giochi. Sovente è presagio di sciagure, quando il destriero non asseconda il cavaliere suo; ma ora che tutta la storia del viaggio si compone nella memoria mia, nel vano ombroso di siffatta cella del convento, so per certo che mai furono gravi le divergenze nostre. Ovvero, l'arioso zigzagare su inattese vie portò fatica; e quasi volli a un punto inviare la mia cavalcatura a Mosca, affinché laggiuso attendesse la traversata mia della Siberia da semplice militessa della fanteria. Ma il cuore non sostenne l'idea dell'abbandono; e vinsi la fatica, e mai mi separai dalla Cavalletta mia, ch'ora quivi riposa nel fienile. |
Viaggio tra i pomidata: 2008-05-14 12:06:51 Passato il mezzodì, un convoglio ci prese, alla stazione di Xi'an, vuoto di mondo e di mercanzie privo. Così fu solo per le prime miglia; giunti che fummo nei sobborghi di quella capitale avita, lunga si fece l'attesa nell'uggiosa piazzola, tormentata dall'acquerugiola fine che dal cielo lanoso si spandeva. Alla Cavalletta fu allargato un pertugio nella stiva, che si colmò di casse ove albergavano i melograni. Spazio niuno rimase pei bagagli, ch'a bordo furono issati. E ancora, casse di pomi trovarono posto sugli scranni che non s'occupavano con l'umane membra. La mia cavalcatura, della morsa tra i frutti non patì, dacché correttamente era apparecchiata, nel vano della stiva. L'interno del convoglio, in vece, di quei pomi sofferse un poco: una cassa precipitò da uno scranno, e i rossi melograni presero a rotolare giù pel corridoio. La donna Han che s'occupava dei biglietti riassestò il carico come poté; ma i pochi passeggeri raccolsero quei pomi, e molti ne spaccarono, per pascersi del succo dei delicati semi. Tinse di rosso, quel succo, le mani, gli scranni e il camminamento del convoglio; cosicché, quando scendemmo, la stiva ov'era la Cavalletta, tra le casse intatte, ne risultò più netta. Lungo fu il viaggio tra siffatti pomi, giacché il convoglio a ogni pié sospinto s'arrestava sulla via, affinché nuovi passeggeri potessero salire. Duecentosettanta miglia v'erano allora, tra Xi'an e il borgo di Luòyáng, o forse meno; ci vollero sei ore, o forse più, benché il cammino fosse autostradale. «Rain, snow, ice, fog», così potei leggere lungo la via. Dei quattro flagelli preannunziati nel britannico idioma del cartello – pioggia, neve, ghiaccio, nebbia – v'era un poco del primo, e dell'ultimo pure; mai il sole si levò, durante il viaggio, e parimenti dopo. |
La memoria del soledata: 2008-05-14 12:11:15 - Potessi rivedere la luce di quell'astro che sempre accompagnò le primavere mie d'attorno al mediterraneo lago! Mi sorprese codesto pensiero, che d'improvviso balenò tra il rosso dei pomi rotolanti nel convoglio. La stoppa bianca del cielo s'incupiva ognora, sui campi verdissimi ove s'incuneavano talvolta profondi avvallamenti.- Avrò bisogno d'una dimora pel ritorno, ove meditare e vergare d'inchiostro le pagine mie, nel mentre che il gelo indurisce il corpo della terra. Siffatto pensamento, pure, mi colse di sorpresa. Non perché, già allora, mi figurassi il silenzio del chiostro che m'accoglie al dì presente, alla scrittura intenta come infin m'aggrada. Mi punse meraviglia, giacché ivi compresi che fatta non ero pel viaggio sempreverde del nomade, che in ogni dove le masserizie accampa, e senza indugio poi le sposta altrove. Cercavo il sole, nella bruma perenne dell'incipiente autunno di quell'est di Cina. Ci arrestammo sulla via, nel bivacco che tanto s'apparentava all'area di servizio d'una superstrada d'Europa. Quivi mi colse la fragranza che avrei detto di puro cappuccino; la toeletta era alla turca, così almeno mi sovviene, d'assoluto nitore. Nessuno vidi scatarrare sull'asfalto, o nel convoglio. Ancora pensai al desiderio d'una casa. - Le sillabe latine, arabe o russe, il greco idioma, o il turco che si spande in Asia; sin lì arriva la dimora mia, così mi pare almeno. Una vampa nel petto mi prese; dirsi poteva, forse, nostalgia. S'arrestò infine il torpedone nel borgo di Luòyáng, nel buio d'una via che m'era ignota. Segno mi fece il conduttore: era lo sbarco. Raccolsi il basto della Cavalletta, che dabbasso m'attendeva, pronta, serenamente adagiata sul tronco d'un albero di strada. L'uomo che l'aveva deposta rimontò lesto sul convoglio. |
Navigare a vistadata: 2008-05-14 12:14:48 Navigai a tentoni nel corpo della città oscura. Mappa non possedevo di Luòyáng, giacché mai avevo immaginato di sostare in siffatto borgo, nel mio viaggio con la Cavalletta. In una bottega, a due passi dal loco dello sbarco, mi servii dell'apparecchio che vi stazionava. - Hallo, hallo! Mingyuan Binguan? Your address in Chinese? Passai la cornetta alla donna Han della bottega, assieme alla penna e al taccuino che il mio viaggio sempre accompagnavano. Ella annotò, svelta, gli ideogrammi che m'avrebbero condotto alla dimora della notte, ove speravo di ritrovare le compagne mie di tale sortita nella provincia di Hénán. La donna mi fece un cenno: di là, da quella parte. Ivi sospinsi la mia cavalcatura, sul marciapiede buio. Voltai a manca, nella seconda strada che mi capitò di incrociare. Ancora domandai ai viandanti ove fosse la locanda; s'aprì senza fallo la via alle ruote nostre, e in breve fummo dentro. Nella ricezione, una donna ci accolse con stanca distrazione. Di Giovanna e Francesca traccia non v'era. Presi una stanza, grande, a un piano alto. Per tre persone, spiegai; le altre due arriveranno. La Cavalletta condussi all'elevatore. - No, no! disse la donna, segnando a dito la mia cavalcatura. - Yes, yes! risposi con fermezza. La porta del montacarichi si chiuse, noi dentro. La sala da bagno pareva trasandata, e la seconda notte acqua calda non venne. I giacigli non brillavano di splendido candore. Nella stanza legai la Cavalletta, tuttavia, e scesi per estinguere il morso della fame. |
Le cavaliere ritrovatedata: 2008-05-14 12:19:06 Ricordo la fiacchezza di quella prima sera di Luòyáng, lo scoramento che mi procurò il viale buio ove sorgeva la locanda, il disagio di siffatta ricezione che pareva ostile: ai velocipedi, ai visi europei, ma pure, forse, a quelli di tutti gli avventori. Pensai che fosse l'effetto delle mie nostalgie, e della fatica ch'oramai m'attanagliava forte. Malgrado le disavventure che m'occorsero a Xi'an, mi ritrovai a comparare l'allegra gagliofferia di quelle strade, l'esperta premura del personale della locanda ove avevo dimorato, laggiuso, con la pigra sciatteria di codesta dimora per i viaggiatori. Tardi era, per cambiare indirizzo; e le due cavaliere ch'attendevo, quivi sarebbero sbarcate. Nella quiete del chiostro, m'arriva a volte di studiare la differente natura del silenzio: è la pace della sera che dilaga sui fervidi campi che stringono il convento, la vita che esala l'ultimo respiro del dì e tace di sé, nella notte; donde il cor non si spaura. Il silenzio di quel viale di Luòyáng m'impressionò, e mi sentii addosso l'acre puntura della solitudine. Per buona sorte durò poco, siffatto turbamento. D'improvviso s'aprì una strada, a manca, che dal viale taciturno lontano si dipartiva. V'era quivi un tripudio d'insegne rosse, gialle e d'altre tinte, e molti barroccini ch'offrivano varia mercanzia: spiedi di carne e pesce, anzitutto. Volli provare una delle locande ove il desco s'imbandiva. Vi entrai, rasserenata un poco. Fui accolta dal largo sorriso d'una ragazza Han, che tutta si profuse nell'interpretare i desideri miei. Miàntiáo, spaghetti, dissi. Quel viso s'illuminò; ma sulla salsa mi perdetti. Non mi sovvenne, sul momento, la formula preziosa che sovente mi risparmiò l'arsura della gola, «bù làde». Il piatto che giunse mi piccò il palato. Strizzai due lagrimucce; fu allora che arrivò il trillo latore d'un messaggio, dal picciolo apparecchio d'italica memoria ch'ovunque fu efficace, nel mio viaggio. «Alla locanda siamo», così scrivevano le due. Pagai. Ci ritrovammo pel viale oscuro che tanta parte ebbe nell'afflizione mia di quella sera. - Nulla ci dissero di te, nella locanda, né della stanza grande che per noi si riservava. Così Giovanna e Francesca mi raccontarono. Un poco impermalite, s'erano acquartierate in una camera angusta, col bagno che esalava sgraditi olezzi. Vennero infine nella stanza grande, ove la Cavalletta già nel sonno s'era placata, chiuso il fanale, sul fianco d'una madia. |
Verso il monasterodata: 2008-05-14 12:26:22 Il torpedone che ci prese, al mattino, si corredava dei servigi d'una guida, la cui favella di Cina ci sfuggì alquanto. Mi ritrovai coll'altre cavaliere italiche, sugli scranni che qualche cimice ornava, senza la prode cavalcatura mia rimasta, quel dì, al giogo chiuso della stanza, nella locanda. Mal non gliene incolse, benché il loco del parcheggio grato molto non fosse a lei; e a niuna delle cavaliere, peraltro. Occorreva, così ricordo, poco più di un'ora per recarsi dal borgo di Luòyáng al vecchio monastero ove si disse nascere, millecinquecento anni or sono, la dura arte del Kung Fu e la tradizione del buddhismo Chan, che più si conosce come Zen, il nome giapponese della scuola. La strada che conduceva al monastero di Shaolin, in codesto mattino brumoso come sempre, si fece lunga e gravida di soste; ci arrestammo in un borgo diroccato, in mezzo a un tripudio di silvestri rami. Ivi stazionava un maschio velocipede nero, tenuto alla cavezza dal picciolo cavaliere suo; un poco mi dispiacque, d'aver lasciato la mia cavalcatura in quella precaria scuderia della cittade. Ora ch'ella riposa nel fienile del convento, talvolta la contemplo di soppiatto, e finor mi dolgo per la clausura cui sovente la condannai, negli anni suoi più verdi, ove trottar poteva senza fallo. Rugginose si fanno le giunture sue al dì presente, e preferisce ella restare nel pagliaio; benché gli inverni – d'attorno al mediterraneo lago – si rendano vieppiù sgombri di gelo.Quel convoglio ai turisti cinesi s'indirizzava, e non ai passeggeri d'un transito ordinario; tardi ce ne rendemmo conto. Il mattino s'inoltrava, e ancora Shaolin non s'annunziava per presagio alcuno. Campi di mais, pannocchie e pannocchie dirimpetto alla porta delle case, nei cortili a seccare. Alberi verdeggianti nella nebbia che mai si levò, quel dì, a scoperchiare il cielo. Un'altra sosta ancora, in loco ignoto a noi, cavaliere digiune di cinese idioma o quasi. A un punto, la cavaliera Giovanna ebbe una folgorazione: eravamo passate accosto a Shaolin, e il torpedone non aveva fermato. Così era. Ci ritrovammo a otto miglia dal monastero, in un borghetto ove s'aggrumava una folla d'uomini e donne ch'offrivano servigi di trasporto. No! urlai, le braccia in alto. I postulanti arretrarono, impressionati. Provammo un barroccino provvisto di motore, che a Shaolin ci riconducesse; meno d'un miglio ci bastò. Saltammo a terra. In quella, comparve sull'asfalto una vettura grande. Un giovane Han, solo, di gentile aspetto, s'arrestò sulla via; aprì le porte. Entrammo. Subitamente fummo al monastero, che pur non si vedeva ancora. Il giovane partì, assieme ai ringraziamenti nostri per l'inopinato dono del passaggio. |
La Mecca del Kung Fudata: 2008-05-14 12:31:24 Il monastero della Giovane Foresta era assediato. Giacere doveva in una valle che s'apriva sotto le colline dai profili ascosi nella bruma. Quivi, nel cavo ventre d'un colle, il maestro indiano Bodhidharma - che per i cinesi Dámó s'appella - si diceva avere meditato nove anni. Giunto nel secolo sesto dell'era cristiana in quel tempio di fresca creazione – così almeno racconta la leggenda – del buddhismo Chan fondò ivi la scuola. Molte storie leggendarie s'occupano di Dámó e degli insegnamenti suoi; una racconta che costui inaugurò in siffatto loco lo stile marziale Shàolínquán, progenitore delle arti asiatiche di combattimento. V'erano già, nel tempio coltivate, le arti della guerra; ma le tecniche dei monaci primitive si mostrarono, accosto alla novella virtù marziale che Dámó portava, coi movimenti suoi. Fu allora che i monaci divennero invincibili difensori di se stessi, e di coloro che nei secoli ne domandarono l'ausilio. Molti maestri vennero poi, e s'ornò di perfezione quello stile che celebre rese Shaolin; giacché, d'una filosofia della meditazione, nutriva esso la tecnica marziale.Non imbattibili furono quei monaci, infine. Venticinque anni or sono, Tiziano il viaggiatore d'Asia (vedere oltre, nelle “Note tecniche”) scoprì le falle del monastero avito: in esso si respirava l'abbandono delle rovine antiche, la crassa derisione dei Buddha pinti nel fresco gesso, l'afflizione dei vecchi monaci sciancati e dei pallidi giovani incapaci di lotta. Unici a mantenere la remota sapienza dell'arte marziale, erano i monaci combattenti sulle pareti affrescate della sala Guānyīn. I loro movimenti erano letti come libro, un tempo, dai giovani apprendisti che insegnamento vi traevano. Quando passò Tiziano, il monastero s'era riaperto da meno d'un lustro; senza indugio, ivi una pellicola s'era girata sul Kung Fu di Cina, di granguignolesco effetto e sanguinose scene, che molto piacquero ai giovani cinesi (www.imdb.com/title/tt0079891; http://blog.chinesehour.com/?p=739, paragrafo: «1980s: New Kung Fu Film Grow Up»). Fu allora la passione, ch'a migliaia in Cina fece invaghire delle arti antiche di combattimento. Shaolin poteva forse rifiorire, sull'onda di cotale fulgida attrazione. Messo al sacco, distrutto e rinnalzato alquante volte, nel corso della storia; preso dal fuoco, pure, negli anni venti del secolo passato, ch'annichilì la sapienza antica di quei preziosi archivi, il monastero della Giovane Foresta s'ammantava ora di nebbia, a blanda protezione dall'assalto finale. Esso si compì allora, davanti agli occhi nostri. |
La meditazione invisibiledata: 2008-05-14 12:34:44 Prima fu il pagamento del pedaggio; poi fu la calca, che alla barra d'un parco s'appressava. Cominciammo quel pellegrinaggio; nulla m'apparve, del sobrio silenzio ch'immaginar si puote sul sacro calpestio d'un monastero. Erano i giorni della festa nazionale, allorché la fondazione della Cina popolare si ricorda (http://en.wikipedia.org/wiki/Public_holidays_in_the_People%27s_Republic_of_China); usuale forse non era, di mondo siffatta esuberanza. Nondimeno rammento ancora il disappunto che codesta invasione mi procurò. Mi parve che tutto fosse apparecchiato come un immenso parco dei divertimenti: infanti correvano sul viale, garzoni transitavano in branchi, sino all'aereo palco ove uno spettacolo circense s'offriva nella nebbia. Giovani gladiatori di Cina volteggiavano quivi nell'aere brumoso, l'uniforme gialla e bianche le ghette, coll'armi e senz'armi. La folla degli astanti roboava, dabbasso. Certo i ginnasti erano abili, e d'età verde, nel panneggio che i loro movimenti accompagnava, rasato il cranio, i visi dipinti di sobria decisione. Eppure, ricordo ancora che siffatta pantomima sonò artificiosa ai sensi miei; e ancor più m'attristai, quando in una sala tonda entrammo, ch'appartener dovea al centro d'addestramento novo ch'ivi gli affari cominciò nell'anno 1988. Confortevoli erano, gli scranni rossi della sala, benché già tutti presi dagli astanti. Sul palco d'amabile candore, ecco sfilare ancora le abilità dei novelli apprendisti che sembravano tornare al tempo antico: al più antico tempo, quello che fu prima del patriarca Dámó, ove l'arti marziali s'esercitavano per mezzo di quei monaci che assai parvero attenti alle tecniche di lotta e meno alle virtù della meditazione. E invero, allorché a Shaolin con l'italiche cavaliere andai, al tempo che Dodamante, Giovanna e Francesca ci nomava il secolo, mi parve che la dolce pratica del meditare - che forte fu per quei maestri del buddhismo Chan - altrove s'ascondesse, invisibile agli occhi d'ordinario visitatore. |
Spettacoli circensidata: 2008-05-14 12:37:58 Nella sala dagli scranni rossi, venne una damigella Han che una soubrette pareva; indi allo spettacolo si diede inizio. Ecco il lottatore che s'appresta a infrangere una travetta di ferro con la possenza del cranio suo. Poi un altro viene, che acuminati chiodi lancia contro una lastra di vetro trasparente. Tac! Fallisce. Tac! Colpisce quel vetro che s'incrina a ragnatela; dietro v'esplode un palloncino, trafitto dal chiodo che pel vetro è passato. Un terzo nel corpo impubere si piega, saltellando sul palco come scimmia; un quarto è maestro nell'arte del volteggio d'una pertica, ove se stesso innalza in trepido equilibrio. A noi accosto, si vende un miracoloso succo che le offese del corpo può sanare; è la prescrizione d'un maestro, che pure è discepolo - per la generazione trentaduesima - dei padri fondatori del monastero avito, così si legge nel cartello di britannico idioma. La pozione è efficace per i dolori che vengono dagli infortuni dalle cadute procurati. Rammento che pensai all'aspro circo che si mostrava allora, ove lo spettacolo si dava, e assieme ad esso, il rimedio per l'eventuale defezione del corpo. Nulla vedevo della concentrazione spirituale di cui gli antichi maestri s'occuparono; può darsi, invero, che molto fosse praticata in via preliminare dai novizi, giacché la forza fisica, che nell'arte marziale s'impegna, nulla puote senza la pace interiore a cui il buddhismo volge. Così ricordavo d'aver letto nelle parole d'un anziano abate che il viaggiatore Tiziano incontrò a Shaolin, venticinque anni prima della mia sosta quivi con la Cavalletta. Sospetto tuttavia che la coscienza d'essere nulla, e al contempo d'essere tutt'uno coll'universo, che si traduce nella lucida serenità dell'Illuminazione del Buddha, fosse assai lontana da quel palco ove i giovani mostravano le abilità acquisite. |
La natura dello spirito anticodata: 2008-05-14 13:03:33 Tempo dopo, ancor nel viaggio che mi vide in Asia con la Cavalletta, ricevetti una lettera che m'indirizzò Marianne, la cavaliera elvetica ch'allora proseguiva il cammino buddhista nelle terre di Cina (vedere i blog “Tra le dune d'oro di Dūnhuáng” e “Ai confini del Tibet”). Ella scriveva di Shaolin, ove quattro dì avea sostato, ospite d'una locanda per i forestieri che s'apriva nell'istituto consacrato al Kung Fu. «Ho potuto godere d'una opportunità straordinaria - così diceva quel messaggio - dacché ho veduto allenarsi gli apprendisti, giorno e notte, al naturale. Ho trascorso le mie ore tra di loro. Il maestro di quelli il britannico idioma conosceva, e molto mi ha detto di tale apprendistato, e dei giovani ch'ivi s'intrattenevano. Ho potuto salire la montagna, quel picco che s'innalza sopra il monastero: due ore di marcia dura assai, tra la solitudine e gli uccelli, per arrivare sulla somma cresta ove, in una grotta, nove anni meditò un monaco». Codesto monaco era certo Dámó. Quanto al retroscena dell'apprendistato, ch'ella ebbe la fortuna di vedere, sempre mi chiesi quanto della pratica antica si conservasse allora. Al termine dei nove anni – così racconta la leggenda – Dámó fu illuminato e scese dalla grotta. Trovò i monaci fiacchi per sostenere le fatiche della meditazione, e insegnò allora i segreti colpi che li avrebbero protetti dalle ingiurie dell'umane fiere. Rigida la disciplina, attenta l'osservazione delle animalesche lotte, ospitò Shaolin tanti di monaci guerrieri, i migliori maestri, l'uso di diciotto armi diverse. Per secoli, quivi il corpo umano si rafforzò con ogni mezzo. Vennero infine le Guardie Rosse del Grande Timoniere Mao Tse-Tung, nell'anno che fu 1966; nessuna mossa straordinaria poté salvare allora i monaci guerrieri. A Shaolin ve n'erano duecento: l'arti antiche loro, poscia, fecero forti le semine e i raccolti nei feraci campi di Cina; i più vecchi furono chiusi, a riposo. Il tempio rovinò in disgrazia, segno di un'epoca feudale ch'allora si voleva consegnare all'oblio. Quarant'anni più tardi, l'antica tradizione rifioriva; meglio, esplodeva nella sovrabbondanza degli apprendisti e dei visitatori. La cavaliera Marianne veduto avea l'allenamento dei novizi al naturale; nel convento, ove al dì presente trascorro l'ore mie, alla scrittura affaccendata e all'opre delle suore, sovente s'affaccia la memoria della bolgia marziale che in vece vidi io, in quel di Shaolin. E ancora mi domando cosa resti dello spirito antico che fu dei patriarchi, della bruciante intuizione che la mente scuote nella suprema chiarezza di visione, che patrimonio fu della dottrina Chan. |
Il potere del cinemadata: 2008-05-14 13:07:18 Uscimmo dalla sala prima che lo spettacolo fosse terminato. Fuori, molti attendevano in fila che posto si liberasse. Vedemmo squadre di giovani ginnasti sui terreni dell'addestramento, garzoni impuberi nelle divise d'ordinanza, schierati su una linea dirimpetto al maestro, che per nulla sembianze monacali mostrava. Da Hong Kong partì la moda, invero, che vigore ridiede all'arti della lotta, senza che parimenti il buddhismo ne fosse rianimato. Furono le pellicole del western alla cinese, che nella colonia britannica si fecero dagli anni sessanta del secolo passato, e il successo dell'attore che si nomò Bruce Lee. Morto il Grande Timoniere, divenne il Kung Fu una miniera d'oro nella Repubblica popolare della Cina tutta. Frotte di giovani si precipitarono, dal cinematografo a Shaolin riabilitato e pinto. Ricordo che mi parve, propriamente, il set d'una invisibile ripresa quotidiana; nel parco v'erano apparecchi ove un Buddha sedeva, meditante, sul tettuccio, a presidiare la conversazione dell'utente dabbasso. Il manto erboso s'intrideva d'acquiginosa bruma; orma niuna lo calcava, tuttavia, laddove s'innalzavano le ferme prescrizioni dei cartelli: «I will cry if trampled», recitava quello più gentile. «Piangerò se mi calpesti», diceva il prato novello che si stringeva attorno al monastero avito. Percorremmo il viale ch'al tempio più sacro conduceva. Veder volevo, dunque, cosa restasse della religione che generò la marziale arte del Kung Fu ch'oramai si venerava d'ogni dove, a Shaolin. Trovammo infine i monaci, nelle sale del tempio con molte corti ove s'aggrumava il passeggio dei visitatori. Fui sorpresa, lo rammento bene: non v'erano di anziani, né di sciancati monaci o gracili di forme, come coloro che Tiziano vide nel tempo subitaneo che seguì la riapertura di codesto sito. Erano belli, agili e prestanti, quei giovani d'abiti monacali ch'ornavano le sale (foto sotto); un brivido ancor mi scuote a tal memoria, giacché ricordo bene quel turbamento mio di cavaliera errante nelle lande di Cina, che di carnale amore si fecero per me povere assai. Codesti monaci, li avrei detti comparse, nel grande film ch'ognora si girava a Shaolin. |
Il cimitero dei viventidata: 2008-05-14 13:10:32 Nelle corti del tempio, possedute quel dì dalla foschia, v'erano pure monaci giovanetti che offrivano in vendita collane a grossi grani, come di rosario, e gruppi di avventori Han che una lotta marziale simulavano per gioco. Ovunque la folla s'assiepava in ressa; uscimmo infine, vinte, da quel loco ove il silenzio si faceva raro. V'era lì oltre una foresta di duecento pagode e più, ove nei basamenti si racchiudevano le ceneri di monaci eminenti, e talora sconosciuti pure, dall'epoca dei Tang sino a recenti tempi (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Nel bosco di mattoni e pietra ci inoltrammo, ammaliate da siffatto cimitero che molto avrebbe avuto di forte suggestione, se alle mirabili architetture sue sposato avesse la sobria nervatura del silenzio. Ma pieno di viventi s'ergeva, codesto camposanto; il vocio degli astanti riecheggiava tra i funerei picchi, e pure il mastichìo degli affamati, e i lampi di coloro ch'ivi s'immortalavano. La sera vinse infine il magma della folla e della bruma; abbandonammo il sito di tanto movimento, onde cercare un mezzo ch'al borgo di Luòyáng in fretta ci rendesse. Dirimpetto all'entrata a Shaolin, un torpedone s'apprestava a partire; balzammo sopra con ferina mossa – io, ch'allora m'appellavo Dodamante, e le due cavaliere d'italici natali – e agevolmente conquistammo i necessari seggi.Di zuppa ottima e ricca provvedemmo infine alla bisogna dei ventri nostri, a Luòyáng, nella viuzza che si dipartiva dalla strada piena d'insegne ove m'ero nutrita la sera del dì d'avanti. Camminammo un poco sotto le vive luminarie di siffatto angolo del borgo; dalle due cavaliere infin mi congedai, giacché cercavo una bottega ove potessi usare quelle macchine ch'a tutto l'orbe terracqueo sono latrici di messaggi. Codesta bottega facilmente trovai; come, del resto, in ogni borgo di Cina, grande o piccolo che sia, benché gli interni sempre siano turbati dal fumigante vapore del tabacco. Sbrigai la mia corrispondenza, e lesta rientrai nella locanda. Tutte dal sonno erano avvinte, la Cavalletta pure; nella sala da bagno, d'acqua calda non v'era provisione. |
Cavalcate nella nebbiadata: 2008-05-14 13:15:06 Si levò un mattino brumoso, ancora. Condussi dabbasso la mia cavalcatura; fremeva, alla cavezza, impaziente di lanciarsi per le sconosciute vie del borgo novo, dopo la sosta lunga in siffatta locanda ov'era tollerata malamente. Povero il mio destriero, così agitato per impervi siti, a volte scosso nelle brusche manovre dei convogli, talora malvoluto, sovente obliato dalla cavaliera sua! Ora che giace sereno nel fienile del convento ove trascorro il tempo, sulle mediterranee sponde che si fanno ridenti al primo riverbero del sole estivo, credo che molto fu provato da quel viaggio in terra d'Asia. Giacché allora per molti dì non vide il sole; il telaio suo fu preso dalla nebbia, intriso dalla pioggia, e infine con la neve e il ghiaccio dovette misurarsi. Sempre bene si portò, tuttavia; e fiera fui, infine, di codesta cavalcatura mia che mai m'abbandonò nella bisogna.Partimmo dunque, quel mattino, la Cavalletta ed io, verso le cave di Longmen che nelle rive calcaree del fiume Yi s'aprivano. Era, codesto fiume (nelle foto), otto miglia a sud di quel borgo che pure s'allungava sulla sponda settentrionale d'un altro rivo grande: Luo si nomava questo, da cui Luòyáng. Le cavaliere Giovanna e Francesca – meglio sarebbe ascriverle nella fanteria, giacché di cavalcature allor non si dotavano – vennero poi, assieme, col torpedone di pubblico servizio. V'era laggiuso un patrimonio di nicchie e grotte, in numero di oltre le duemila, e centomila di sculture col Buddha e cogli accoliti suoi, decine di pagode, migliaia di iscrizioni; cotanta profusione di ricchezza ripercorreva la storia del buddhismo tra i Wei settentrionali e i Tang (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm, http://whc.unesco.org/fr/list/1003). Lanciai la mia cavalcatura nella nebbia; ricordo che difficoltà niuna alle ruote nostre si pose, né asperità sulla via né direzion fallace. V'erano indicazioni d'alfabeto latino che subito si fecero capire. Passammo la riviera ch'era detta Luo; molti di velocipedi affiancammo, pel viale diritto che nella bruma densa s'infilava. A un punto, dalle corone della cavalcatura mia s'alzò uno scatto lieve: guardai, nulla mi parve che fosse fuori posto. In quella, mi sorprese la sarabanda ch'era sul lato della via. |
Cavalletta a custodiadata: 2008-05-14 13:19:17 Esser doveva l'orchestra popolare che si prestava a richiamare gli avventori d'una bottega nova; nulla per me si fece chiaro, tuttavia, di codesta graziosa esecuzione. Potessi del cinese idioma esser padrona! esclamai, con triste accento, verso la cavezza della Cavalletta mia. Ella si scosse, punta forse dal mio tono mesto. Credo volesse così riconsolarmi; benché sapessi bene che, per lei, ostacolo non v'era che da siffatti ideogrammi generato fosse. Codesta è la fortuna delle cavalcature che dei velocipedi s'ascrivono alla specie: si comprendono ovunque, coi pari loro, che siano d'europea o d'asiatica fattura. Coi motori non s'amano; quanto agli umani, s'accordano bene solo con pochi di cavalieri e cavaliere. Per tale intendimento lunga pratica occorre, e nulla importa che l'idioma di chi monta in sella, d'oriente o d'occidente sia.Riprendemmo il cammino, e in breve fummo sul piazzale ove il passeggio e le botteghe preannunziavano il sito di Longmen. Cercai una stazione giovevole alla Cavalletta; trovai una grata sul fianco d'un giardino. Due donne Han a noi s'avvicinarono. Erano anziane di sembiante, piccole di corporatura; m'avvidi che sedevano al crocicchio, ove due scranni vuoti s'ergevano. Mi porsero una tessera; l'altra fu messa al collo della cavalcatura che m'accompagnava. A loro raccomandai la Cavalletta mia, benché già fosse avvinta a quella grata. Indi m'allontanai nel vacuo della nebbia. Passai la barra ch'alle cave l'accesso consentiva. Presto fui dentro; e solo per la bruma non m'avvidi che, ai piedi di siffatta costa occidentale, nel viale bordato di verzura lungo il fiume, v'era un passeggio d'umani che molto a quel di Shaolin s'apparentava. D'aria sbottai, come si fa pel mantice; pure, capii che il grosso delle cave in alto s'aggrumava, sugli aerei ponteggi ch'occorreva salire. Al dì presente ancor rammento la fatica, e il disire di schietta solitudine, ch'allor mi presero ai pié di quella costa. A un passo fui dal rifuggire il sito: in quella, un giovane gentile s'appellò a me nel britannico idioma. |
L'alveare di Buddhadata: 2008-05-14 13:24:49 - My little brother wants a photo with you!Così m'apostrofò quel giovane, cui un vivace garzoncello s'accompagnava, saltellando in festa. Di buon grado m'accomodai alla posa che a me si richiedeva, davanti a quelle cave. Da quale landa di Cina venissero costoro, non mi fu grazia di sapere; senza indugio partirono, dopo lo scatto. O forse la prontezza non mi venne, di chieder lumi sui percorsi loro che a Longmen avevano condotto. Ah, la stanchezza che i sensi ottunde e stempra la gaia fedeltà della memoria! Oggi, ch'al sole la scorza mia s'intride, quando m'aggiro pei feraci campi che stringono le mura del convento, so che più fondo è l'affanno che si priva di luce naturale. Tutto mi parve assai gravoso, quel dì, nel mezzo della nebbia. Nondimeno, grazie all'immagine mia che fu richiesta allora dall'infante, lasciai infine tale proposito di fuga; m'apparecchiai, con modesto garbo, a quell'ascesa ch'aprirmi dovea tanta beltade antica. V'era, su quei ponteggi, il brulichìo dell'umano alveare appeso; l'accesso alle grotte era interdetto. Le soglie s'addensavano di corpi; subitanei lampi accendevano il cavo fondo degli antri, ove s'ergevano mirabili, nella roccia scolpita, i Buddha e gli altri. Quel singolare campionario d'arte rupestre un poco mi riscosse dal torpore che le membra irrigidiva; benché sapessi che molti dei nobili reperti fossero stati saccheggiati dai collezionisti d'altri continenti, e poscia vilipesi dalla pruderie della Rivoluzione culturale della Cina, che tanto volle obliare del patrimonio antico. Pure, un palpito mi scosse dirimpetto alla vasta imponenza del tempio di Fèngxiān, ch'alla venerazione degli antenati si consacrava (nelle foto al centro in basso, e a destra). Il Buddha assiso, nel mezzo di quei suoi, serafico s'ergeva sull'ampio stridore della folla; la roccia augusta ancor lo tratteneva, benché molto da essa già fosse sbalzato, com'era d'uso, pare, all'epoca dei Tang. Scendevo dalle passerelle che s'abbrancavano alla roccia, quando d'improvviso mi sentii chiamare. - Giovanna, Francesca! Fui lieta assai di riveder quei visi, e dell'idioma dolce che ci accomunava. Pure, vidi marcato sul sembiante loro l'affanno che mi stringeva quel dì. Assieme attraversammo il rivo verso la sponda d'oriente, ove ancora, in nicchie e cave, mirabile beltade s'ascondeva. Salimmo un poco in alto, e poi fu l'ora. S'approssimava il tempo del congedo; rientravano le due nel borgo di Xi'an, e il viaggio mio verso il nord montava. Lesta al mio destriero corsi; le cavaliere s'avviarono al convoglio. Nella locanda convenuto era il commiato nostro. |
L'enigma di Luoyangdata: 2008-05-14 13:28:55 La Cavalletta sostava serena, avvinta alla grata del giardino; le custodi s'intrattenevano in amabile conversazione, sugli scranni all'angolo della via. Montai in sella con rapida movenza; tre ore solamente, e un viaggio novo per noi sarebbe nato, dacché s'era convenuto d'abbandonare quella sera stessa il borgo di Luòyáng. Ricordo che molto mi dibattei nell'incertezza: se restare ancora, sola con la Cavalletta - le cavaliere italiche partite - in detto borgo e nei dintorni, ove altri siti s'aprivano ai visitatori. Molto bene mi fossi acquartierata nella locanda ove discendemmo, di certo un altro dì sarei rimasta, a calcare di Luòyáng l'enigma delle strade. Ma così non fu, giacché quella locanda ebbi in uggia, e altra soluzione non potei trovare. La stanchezza, pure, alquanto mi vinse, infine. Presi dunque un biglietto per il torpedone che, sul fare della sera, a Tàiyuán si rendeva. Codesta cittade s'ergeva sul cammino ch'alla capitale di Cina conduceva; l'ultima sosta per noi sarebbe stata, prima dello sbarco nel borgo grande di Pechino. La Cavalletta già sapeva; la sentii tremare un poco, nella sella. Sul viale che dalle grotte a Luòyáng riconduceva, trovammo d'improvviso di velocipedi un assembramento: essi innalzavano bandiere e drappi colorati, accosto alle cavaliere loro che in piedi stazionavano, rossi i berretti e gialle le giubbe d'ordinanza. In terra d'Occidente, l'avrei detta una manifestazione contro la possenza dei motori e del petrolio, o la rimostranza d'un gruppo di lavoratori; in terra di Cina, solo potei leggere la mimica dei visi di quelle donne Han. Parevano serene, certune addirittura liete; tra lor s'intrattenevano in dolce conversare. Più tardi, trovai una cavaliera amica, che mi salvò dallo scoramento in quel di Tàiyuán. Fu lei, che molto della Cina m'insegnò – e ancor m'insegna al dì presente, coi mezzi elettronici di cui pure il convento si fornisce – a illuminarmi sulla natura di quell'immobile corteo. È propaganda d'una attrazione per turisti, così mi scrisse ella ben più tardi; molte di locande e di botteghe usano codesti mezzi per richiamare l'attenzione, sulle vie di Cina. Quell'enigma turbò la cavalcata mia, di ritorno a Luòyáng. Così mi persi, nel cuore oscuro del borgo che m'apprestavo a lasciare. |
Velocipede di salvataggiodata: 2008-05-14 13:35:31 L'angustia, l'ansia di perdere il convoglio, l'ansia di prendere il convoglio e dover negoziare l'ammissione della Cavalletta: pompavo sui pedali del povero destriero mio con forsennato vigore, e sempre più m'arruffavo nelle strade del borgo. Così semplice fu l'andata, nondimeno! mi dissi, affranta, col cuore che pulsava nella gola. D'improvviso mi parve che quel borgo fumasse d'aria avvelenata; alti palazzi mi stringevano d'attorno, molesti nel cemento minaccioso dei molti piani loro. Rammento le vetture ai lati d'una via che mi sembrò cieca. Passava allora un giovane, col velocipede suo, di buona lena.- Hey! Huochē... zhàn? Indicai due parole, nel libretto di soccorso ch'estrassi in fretta dalla tasca. L'uomo s'apprestò a spiegare; ma subito s'accorse che nulla ritenevo della favella sua. Indi un cenno mi fece: ti conduco io, alla stazione. Questo per certo voleva dire. Senza indugio partì, e io gli tenni dietro con la Cavalletta. Corse per il reticolo d'asfalto che m'era sconosciuto; siffatta gincana lunghissima mi parve, e faticosa alquanto. Disperavo oramai di riveder la meta che nota m'era, nel borgo di Luòyáng, prima ch'il torpedone mio prendesse il vento; quando la fuga nostra sui destrieri si terminò di faccia a quel piazzale ove i treni partivano. Quivi sapevo reperire la strada mia per la locanda, che della Cavalletta ancora il basto custodiva. - Xièxie! esclamai spossata, commossa e intrisa d'algido sudore. L'uomo sorrise, e fece un segno di saluto. Invero avrei voluto ringraziarlo ancora; ma subito scomparve, nell'arduo fiume di vetture e velocipedi che rapido scorreva pel viale. Restava un'ora, prima che il mio convoglio per Tàiyuán movesse. Alla locanda senza tardare corsi. |
Sempiterne amicizie di stradadata: 2008-05-14 13:41:34 Le cavaliere italiche, ch'a me a Luòyáng s'erano accompagnate, ancor più tardi giunsero alla locanda. Sellavo oramai la mia cavalcatura, col basto avanti e diretro accomodato, pronta a balzar con lei per la stazione; fecero entrata allora in quella ricezione, le due donzelle stanche. I lavoranti ivi non vollero a loro consentire picciola sosta nella stanza ch'era stata nostra, giacché s'era compiuto il tempo dell'affitto. Fuori s'apparecchiarono con rapidità, Giovanna e Francesca, giacché molto non v'era da indugiare, per esse pure, sino alla partenza. Furono abbracci frettolosi, incalzati dalla trepida angustia che sovente mi segnava alle dipartite. - Se tempo ve ne resta, vi prego di passare poscia allo stazionamento dei convogli ove si trova il mio, con una sporta di vivande. Muoio di fame, e non potrò arrestarmi per acquistarne sulla via; la Cavalletta sempre richiede il negoziato con il conduttore, prima d'ogni viaggio. Subito devo lasciare codesta locanda, e correre laggiù ove il convoglio muove. Andai; e più non vidi delle compagne mie il dolce sembiante che in quei dì m'aveva accompagnato. Seppi più tardi che due vivandiere erano convenute alla stazione dei convogli ove partimmo verso Shaolin; non decollava ivi, il torpedone mio per Tàiyuán. Altro piazzale s'offriva allo stazionamento, per buona sorte non lontano dal primo. Eppur non c'incontrammo; così si spense, l'avventura nostra comune. Nondimeno trovai un barroccino sulla via, ove di cibo feci provisione. Fu un bene: giacché l'imbarco fu duro, e la contrattazione ardua come il combattimento antico dei monaci guerrieri. Di vivande molte ebbi bisogno, poscia; le viscere mie sciolsero infine il nodo che le rattrappiva. Trattai con una donna: ella pose la Cavalletta al rango degli umani, dacché per lei mi domandò il pagamento d'un biglietto intero. - No! gridai, al colmo della stizza. Non occupa il posto degli umani, giacché si porta entro il bagagliaio! Gesticolai, irata, verso quella stiva ove la Cavalletta già dimorava, piegato il collo, come d'uso, sul telaio. Inflessibile pareva quella donna; fuori il destriero, allora, m'intimava. Sudavo. Mi parve che per nulla potessi contrattare. Nondimeno, una giovane Han a me si fece accanto. Un poco s'arrangiava col britannico idioma; del proposito mio parlò con quella donna. Nulla compresi, della conversazione; ma l'effetto fu chiaro. Offrivo, di denaro, la metà di ciò ch'ella voleva, per la Cavalletta. La donna prese, infine, le banconote che già stringevo, lassa, nella mano mia; fece una smorfia, e più non rifiatò. Si chiuse il portello della stiva, la porta si sprangò del torpedone. M'accasciai sul giaciglio mobile ch'a me era assegnato; l'ambascia mia si sciolse dolcemente, confortata da lieta vicinanza, mentre il motor ruggiva sull'asfalto. Al dì presente, la rimembranza di tale sfinimento ancor mi turba; benché da tali affanni sia lontana, nel ventre materno del convento ove, con sereno intento, la storia mia posso vergare. Invero quivi ne sorrido, delle pene mie d'allora; e mi s'allarga il cuore alla memoria della giovane Han che mi soccorse, giacché per lei s'illuminò in quel punto il viaggio mio, che si faceva grave di fatica. Sempre pronta ella fu, alla bisogna; imperitura amistade ne nacque, e ancor perdura. |
Note tecnichedata: 2008-05-14 13:45:05 Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”. Per il pernottamento a Luòyáng, l'albergo descritto nel blog è: Míngyuán Bīnguăn, tel.0379-63191377, 20 Jiefang Lu, lymingyuan@yahoo.com.cn. Camera tripla con bagno: 240 yuan (è possibile che il costo sia inferiore in altri periodi dell'anno). Ci è stato poi consigliato un altro albergo: Shengsijia Bīnguăn, tel.0379-65255678, 176 Zhongzhou Lu (edificio Guomeizuobiao), www.shengshijia.cn/kefang.htm. Camera doppia con bagno: 120 yuan. Per andare da Luòyáng al monastero di Shaolin, partono autobus dall'autostazione (qìchēzhàn) Jinyuan, che si trova accanto alla stazione ferroviaria (sulla sinistra, guardando questa stazione). È opportuno partire al mattino, non troppo tardi: il viaggio dura un'ora e mezza/due ore, o anche più se sono previste soste turistiche lungo il tragitto. È bene pure chiedere subito all'autista di poter scendere presso il monastero. Per il ritorno, non dovrebbe essere difficile trovare un autobus sul piazzale d'ingresso a Shaolin, ma non più tardi delle 20 (è meglio regolarsi sull'ora del tramonto, a seconda della stagione). Per andare alle grotte di Longmen, se sprovvisti di bicicletta, c'è l'autobus 81 che parte sul lato est della stazione ferroviaria di Luòyáng (sulla destra guardando la stazione). Letture utili in italiano: - Tiziano Terzani, La porta proibita, Milano, TEA, 2000 (1984), 272 p., in particolare il capitolo: «Ottimo per l'individuo, ottimo per la patria» (pp.190-201). - Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p. - M. Raveri, «Buddhismo» (pp.335-368) e «Buddhismo cinese» (pp.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p. Nelle foto: cortile nel tempio di Shaolin (a sinistra); tempio di Fèngxiān a Longmen (a destra). |
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