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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Kazakhstan, le fatiche d'Almaty

Una bicicletta sulla via della Cina

Blog di DODAMANTE del 2007-12-30 23:16:37
Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta
 

Velocipedi verso Pechino

data: 2007-12-30 23:18:42
Fui ben accolta, nella terra dei Kazaki, o piuttosto nessuno mi guardò con cupidigia, né con fastidio. Nessuno chiese soldi a Dodamante per il mio trasporto. È pur vero che attraversammo una piccolissima parte dell'enorme paese, il più grande tra quelli in cui cavalcammo prima di giungere in Cina. Avevo una certa paura, per la verità, di imbattermi in strade impervie e funestate da resti nucleari; ricordavo d'aver sentito Dodamante che ne parlava a qualcuno, non ricordo chi fosse, e sembrava assai perplessa sull'opportunità di arrivare in Cina passando attraverso il paese dei Kazaki. A Tashkent aveva conosciuto un bel tipo, un francese mi pare, che andava a Pechino attraversando la terra dei Kirghizi con la sua bicicletta (http://lyonpekin.free.fr, www.aujourdhuilachine.com/article.asp?IdArticle=5071). Mi sarebbe piaciuto incontrare quella bici, doveva averne di storie da raccontare, ma il suo cavaliere l'aveva lasciata a Samarcanda in un albergo, ed era arrivato da solo nella capitale uzbeka. Credo che Dodamante avrebbe amato fare una parte del viaggio con il giovane francese, e anch'io sarei stata assai curiosa. Ma capii che nella terra dei Kirghizi avrei dovuto faticare parecchio, valicare le montagne, e a dire il vero non mi sentivo così preparata.
 

La temibile maestà delle montagne

data: 2007-12-30 23:20:23
Sono una bici da città, ma posso affrontare i viottoli di campagna, le vallate desertiche e persino le frontiere, quando non s'ergono in altura. Temo però la maestà delle montagne, ho paura per le mie corone, e so che i miei freni non sono più quelli d'una volta. Lo feci capire a Dodamante, e devo dire che mi prestò attenzione. Non mi incalzò con le sue ragioni, spesso opposte alle mie, e valutò che il rischio nucleare kazako era remoto. Il vecchio Poligono, a meno di cento miglia dalla città di Semey, dove al tempo del Soviet esplosero per prova più di quattrocento bombe atomiche, era lontano dalla nostra via più di cinquecento miglia. Così pure la nuova capitale Astana, che dicevano prossima a depositi di residui radioattivi, e la città petrolifera di Atyrau, ove sembrava che molti stranieri fossero aggrediti a scopo di rapina (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it/?kazakhstan), erano a centinaia di miglia dalla strada che ci avrebbe condotte in Cina. Dodamante fece le sue ricerche; trovò che la via migliore per arrivare nella terra dei cinesi passava per la vecchia capitale che s'appella Almaty, nell'angolo sud-orientale del grande paese dei Kazaki.
 

Il nudo passo del viandante

data: 2007-12-30 23:21:53
Fu lì dunque che puntai le mie ruote, non appena superato il confine con la terra degli Uzbeki. Non feci molta strada, tuttavia, giacché Dodamante trovò subito molti torpedoni diretti ad Almaty. Ne scelse uno che aveva un bagagliaio grande e pressoché vuoto, ove potei entrare bella diritta, indisturbata e senza biglietto supplementare. Sono sempre molto lieta, quando riesco ad evitare grane a Dodamante. Le difficoltà mi rendono inquieta: ho sempre il timore che la mia cavaliera reputi la mia presenza un fardello, più che un aiuto, e che in un eccesso di fatica possa decidere di sbarazzarsi di me rinviandomi indietro. O peggio, abbandonandomi lungo la strada. Si offenderebbe, se le esprimessi tale timore: ma non è la fiducia che mi manca. So per esperienza che l'eccesso di fatica può rendere quasi folli, e che nessuna cavaliera potrebbe resistere a lungo, in sella, se il cavallo non fosse in grado di agevolare il nudo passo del viandante.
Partimmo dunque verso Almaty, Dodamante sugli scranni del torpedone, e me medesima ben apparecchiata lì sotto. Il viaggio durò una notte, e non fu punto comodo.
 

Notte del torpedone

data: 2007-12-30 23:24:37
Ovvero, non soffrii troppo, chiusa nel buio fondo del grande bagagliaio. Riporto qui quanto mi disse Dodamante al termine del viaggio che ci vide scendere nella stazione dei torpedoni di Almaty, in un mattino un po' offuscato dal rumore e dall'aria stagnante della città bassa (bassa si fa per dire: l'intera città giaceva a più di seicento metri d'altitudine, e presto m'accorsi che orientarsi era semplice, ma andare su e giù per quelle strade scoscese mi costò una fatica notevole, e quasi rimpiansi d'essermi opposta alla via montagnosa del Kirghizistan). Nel mattino brumoso della vecchia capitale dei Kazaki, mi bastò un colpo di fanale per capire che la notte di Dodamante era stata travagliata, seppur non disastrosa. D'altro canto, anch'io avevo registrato nelle mie giunture la fatica d'una strada che doveva essere assai sconnessa. Dapprima non me ne accorsi, giacché l'asfalto filava liscio tra campi verdissimi (non potevo vederli, chiusa nel ventre del torpedone: diciamo che li immaginai così. Dodamante più tardi diede conferma alle mie fantasie, e per la prima volta sentii che avevamo raggiunto l'osmosi perfetta, quella sognata da ogni cavalcatura con la propria cavaliera). Erano dunque verdi e lucidi nel sole che si spegneva lentamente, quei campi kazaki a un dipresso dalla frontiera uzbeka. V'erano girasoli, e terre coltivate, agili vacche e sfortunati ovini. Per mia fortuna non vidi nulla, giacché sono una bicicletta impressionabile, e soffro molto per gli avversi destini dei piccoli quadrupedi. Solo, mi resi conto che facemmo molte soste lungo il percorso, ma le attribuii al necessario espletamento delle funzioni fisiologiche dei passeggeri. Così era, mi disse Dodamante, ma era anche altro.
 

Tramonto rosso sangue

data: 2007-12-30 23:26:08
Poco prima che il buio inghiottisse il torpedone di sopra, avevo udito certe esclamazioni forti provenire dall'alto, e nell'oscurità del mio ricettacolo capii che una delle soste si prolungava troppo, e che eravamo fermi nel mezzo della via. So dirvi ora che forma ha una pecora morta, uccisa per sopperire alle necessità dei riti umani; tali spoglie non mi turbano molto. So che si tratta di riti antichi, che la carne è prelibata per gli umani; anche se sono sinceramente dispiaciuta, giacché con gli ovini possiamo guardarci diritto, dagli occhi ai fanali. Non vidi, per fortuna, quella carneficina di cui mi raccontò poi Dodamante: erano più d'una, le povere pecore dilaniate dalle ruote grandi d'una vettura che non aveva potuto frenare in tempo. Giacevano riverse sull'asfalto, nella luce morente del giorno che spegneva in loro gli ultimi guizzi di vita. Dodamante ne fu impressionata, e con lei molti dei passeggeri del torpedone che era stato costretto ad arrestarsi. Un segno premonitore di altre sciagure, su quelle strade che la notte inghiottiva nel nero più fondo? Ero rimasta al buio, nel bagagliaio, ma mi sembrò di capire che la sorte dei passeggeri di sopra non era stata poi migliore, giacché la via verso Almaty doveva essere altrettanto poco chiara di luce artificiale.
 

In bilico sui buchi

data: 2007-12-30 23:28:11
Le altre soste furono assai gradite: ballammo, sulla via notturna, molto più di quanto m'era capitato sino a quel momento in tutto il viaggio. Ballammo sulla fettuccia dissestata e nera che ci portava ad Almaty, benché terra fosse, e non mare. La natura m'è clemente, e da me non richiede lo spurgo dei materiali di scarto, al contrario degli umani e d'altri tipi di cavalcature. Non ho neppure un serbatoio che rischia di forarsi, nello sbatacchiamento d'una strada dissestata. Non mi dispiacque, tuttavia, qualche pausa nel rollio continuo di quel viaggio. Sapevo che i passeggeri discendono dal torpedone per mangiare, fumare o dare sfogo alle viscere. Non ero abituata, tuttavia, alle greggi di umani che pisciano assieme, giacché sono una Cavalletta italiana, e la mia cavaliera mai mi condusse tra i velocipedi che si muovono in branco con i loro cavalieri. Dodamante mi raccontò d'aver pagato l'ingresso in una toeletta pubblica – miracolo spuntato nel buio pesto della notte kazaka – ove si ritrovò sulla stessa linea di tanti culi a mezz'aria, in bilico sui buchi ritagliati in un pavimento d'acido afrore. Erano tutte cavaliere in bisogno, e i cavalieri maschi evacuavano nella stanza attigua, oltre la parete. Non fu la promiscuità dei corpi che disturbò la mia cavaliera, almeno così capii; fu piuttosto la permeabilità degli odori, un miscuglio impietoso di fetide zaffate che costringeva ad una sosta rapida e circospetta. Mai più entrerò in un simile girone, mi disse ancora Dodamante. E aggiunse poi che nelle soste successive, e ancora nella terra dei cinesi, sempre avrebbe cercato di assecondare il richiamo degli sfinteri nel mezzo della soave natura. Non era questa una novità assoluta in cotali luoghi d'Asia, e mai – salvo una volta, ben più tardi – Dodamante ebbe a vergognarsene.
 

Cavalcate pericolose

data: 2007-12-30 23:30:39
Quel primo mattino, Almaty mi sembrò grave d'aria e mi sentii pesante, sotto il basto che normalmente portavo senza affanno. Ci avviammo per una strada lunga e diritta, che scavalcava un fiume ampio ove di nave non ricordo traccia. Ero piuttosto barcollante, e mi parve che nessuno facesse attenzione alla nostra cavalcata che si snodava lenta, al lato della via. Mi sembrò d'essere assai vulnerabile, alla mercé d'un traffico impazzito che si dimenava senza posa. A un tratto, una grande jeep inchiodò sulla man destra, e il vetro fu aperto dall'interno, con rapida urgenza. Partì allora uno scaracchio, e fui davvero fortunata, poiché la gittata si dispiegò a una distanza ancora sufficiente per non esserne investita. Dodamante mi stritolò quasi i freni, e sentii rimuginare qualche brutta parola che ora non rammento. Poco più avanti, trovammo una fettuccia d'asfalto che somigliava a un marciapiede, e quivi ci infilammo per essere protette dalle asperità della strada. Galoppammo così per qualche miglio, sino a quando un grande centro commerciale non si parò a manca, e poco dopo Dodamante mi sospinse in un parcheggio che ospitava solo vetture a quattro ruote. Salimmo su per una rampa, e poi su un ballatoio; quivi la mia cavaliera mi legò accanto ad una di quelle scatole che servono per raffreddare le case e gli uffici quando fa molto caldo. Sparì per qualche minuto oltre una porta a vetri.
 

L'insostenibile pesantezza dell'etere

data: 2007-12-30 23:32:05
Quando tornò, potei finalmente respirare, giacché mi liberò del basto, davanti e dietro. Mi disse che potevamo lasciare tutto, per qualche ora, in quel palazzo che ospitava gli uffici del Sacro Ordine dell' Organizzazione Internazionale, poiché vi era un cavaliere amico a farsene garante. Saremmo andate più leggere, me medesima e la mia cavaliera, alla ricerca d'un ricovero per la notte.
Mi accorsi subito che, anche senza bagagli, quell'aria mi schiacciava, e le mie giunture trasudavano persino sotto il lieve peso di Dodamante. Ella mi sembrò un poco delusa: forse era solo l'espressione affaticata d'una notte di viaggio e della pedalata difficile nel cuore della città kazaka. Giacché conosco a fondo le pieghe del cuore della mia cavaliera, sospettai tuttavia che attendesse qualcosa d'altro dal cavaliere amico – non credo si trattasse di passione, forse d'un aiuto più cospicuo nell'affare del ricovero, che si rivelò assai complicato, e quasi ci portò a una partenza subitanea. Ero al limite delle energie, e non avrei potuto mantenere in sella neppure un equilibrista dal peso d'una vespa, quando incontrammo Victor.
 

Alla ricerca d'un alloggio

data: 2007-12-30 23:35:39
Dodamante sedette un poco sul muricciolo che cingeva il parcheggio del grande palazzo ove avevamo depositato i bagagli. M'appoggiò a un palo, tirò fuori una scatoletta di tonno che proveniva dalle riserve di Paolina a Tashkent (vedere il blog precedente), e lo mangiò con lentezza. Fui sorpresa: sapevo bene che non amava il cibo in scatola, e men che mai il tonno. Doveva essere davvero stanca per ridursi a consumare quel magro pasto in mezzo a un parcheggio di sole vetture, in piena città, a pochi metri dalla via rombante che avevamo percorso con fatica. Cercai allora di assecondare i movimenti della mia cavaliera, non appena fu di nuovo in sella. Non fu facile, tuttavia: giacché percorremmo la città in lungo e in largo, dal tardo mattino fin quasi al tramonto, senza trovare una locanda dignitosa che potesse accoglierci. Faticai subito tanto, dacché provammo a salire su per la collina, verso sud. Niet, disse la dama della prima locanda, ove sostavano solitamente i viaggiatori ad Almaty. Vidi Dodamante uscire con un'espressione sconsolata; m'accarezzò la sella, come volesse trarne conforto. Nessuna stanza libera, sospirò, e fece per inforcarmi il telaio, quando le mani le tremarono. Il libro e il quaderno che teneva tra le dita si spaginarono sul selciato; anch'io caracollai pericolosamente, ed ebbi paura.
M'aspettavo un improperio, e invece non sentii nulla. Fui allora decisamente spaventata, giacché sapevo che in simili circostanze Dodamante reagisce con un fiero turpiloquio che serve a disinnescare l'ansia. Pensai che fosse sul punto di piangere, ma non sentii nulla di umido sulle mie giunture. Le sue mani m'agguantarono i freni, e fummo di nuovo in strada, in precipizio verso la città bassa.
 

Un pavone a due ruote

data: 2007-12-30 23:38:02
Il libro caduto sul selciato non era nuovo, e raccontava d'una città che più non era. Negli ultimi anni Almaty doveva essere assai cambiata, giacché molte locande che il libro indicava come economiche erano divenute quasi di lusso. Costavano moltissimo, almeno rispetto a quanto avevamo visto nella terra dei Turkmeni e degli Uzbeki. E poi, come si sa, spesso le locande di lusso non amano le biciclette. Provammo ancora in due alberghi grandi, chiedemmo a un gruppo di dame che sedevano nell'ombra, sulla via. Offrivano dimore in affitto, anche per pochi dì, ma il prezzo richiesto era eccessivo per la nostra borsa. Restava un'ultima speranza: l'albergo Stella Rossa. Una dama kazaka che lavorava per il Sacro Ordine dell'Organizzazione Internazionale aveva detto a Dodamante di provare: era un poco fuori dal centro, e quella dama vi passava davanti tutte le mattine per recarsi al lavoro. Andammo.
Riattraversammo la città, verso nord, scendendo ai piedi della collina. Non incrociammo biciclette, e pensai che quei cittadini fossero ormai troppo ricchi per faticare curvi sui pedali. D'improvviso però passarono due ruote eleganti, e cercai di farmi notare. Quel velocipede tuttavia non mi degnò d'un colpo di fanale, e proseguì diritto per la sua strada, senza neppure sterzare. Ero stanca, un po' sporca, ma capii che quella bici apparteneva a un altro mondo. M'ero sentita a mio agio, tra i velocipedi uzbeki carichi di masserizie e di corpi infagottati. In fondo parlavamo la stessa lingua: faticavamo ogni giorno, ma eravamo utili, direi quasi indispensabili, e questa era la nostra ragione di vita. Quel velocipede kazako, invece, tutto lustro e sfavillante come un pavone, sembrava dovesse solo correre, correre il più velocemente possibile. Di sicuro passava più tempo chiuso in un locale, accanto a una vettura potente, piuttosto che in giro a farsi sgretolare dal sole e dall'aria pesante d'Almaty. Dodamante non parve impressionata dal transito del cavaliere munito d'elmetto, solo emise un flebile “ohh”, che voleva dire: ecco un cavaliere kazako che somiglia proprio a quelli europei. Almeno questa fu la mia interpretazione. Ma ero troppo stanca per analizzare i dettagli.
 

Il mistero della Stella Rossa

data: 2007-12-30 23:41:43
L'albergo Stella Rossa era un blocco scuro di cemento, e non mi piacque per nulla. Dodamante mi parcheggiò nell'ingresso, mi legò le ruote, e si rivolse al banco nel russo idioma. V'erano delle giovani donne che mi parvero molto gentili. Una di queste salì con Dodamante ai piani superiori, e mi rassegnai ad aspettare. Ero a disagio, benché nessuno m'avesse guardato male o molestato nelle ruote. Non vidi passare quasi nessuno, in quell'attesa che durò forse mezzora. Sapevo che la mia cavaliera avrebbe accettato di restare in quella locanda, data l'ora tarda e soprattutto la mancanza d'alternative. Fui davvero sorpresa quando tornò con un cipiglio austero, mi slegò e mi rimise in strada.
E ora? Pensai smarrita. Non emetteva suono, la cavaliera; sembrava concentrata su di sé, e pedalava con una forza che non immaginavo potesse ancora avere, dopo una simile giornata. Arrivammo sulla strada percorsa al mattino, ove sorgeva il palazzo che custodiva i nostri bagagli. In quella, un ragazzone alto e grosso ci passò accanto, a piedi; non ci vide, poiché aveva il naso tuffato in una grande mappa della città.
 

Il regalo di Victor

data: 2007-12-30 23:43:45
- Un turista! esclamò Dodamante, e mi bloccò i freni d'un colpo. Mi lustrai il fanale di dietro, l'unico che mi restava; benché appannato da polvere e sudore, vidi un viso che poteva essere quello d'un americano. Nessun viaggiatore ci aveva sbarrato il passo, quel dì, e m'augurai che Dodamante potesse comunicare con quel giovane che stava per attraversare la via.

- Ehi, sorry! Ci lanciammo all'inseguimento.
- Sei un turista? Puoi indicarci una locanda non cara? proferì Dodamante nel britannico idioma.
- Non sono un turista, sono nato nella terra dei Kazaki ma mia madre è russa, disse il giovane con un sorriso. Però non vivo ad Almaty, vengo da Ust-Kamenogorsk, a circa settecento miglia da qui, verso nord. E sì, qui sono in una locanda non cara, ma non prendono tutti. Però si può provare.

Seguimmo dunque il giovane colosso, che mi piacque subito: aveva un bel sorriso, una parlata schietta, e capii che Dodamante pure ne era impressionata: il britannico suo idioma era perfetto, benché – come subito ci disse – non fosse stato nelle terre di quell'idioma mai, da quando era nato, diciassette anni prima. Era venuto da solo, ad Almaty, per fare un esame. Un esame d'inglese. My name is Victor, ci disse, e ce ne andammo assieme.
 

Cavalieri invisibili

data: 2007-12-30 23:46:01
Quando uscimmo dalla locanda, il successivo dì, la città m'apparve assai più bella, benché mai mi sembrasse adatta alle ruote sottili della mia specie. L'aria calda mi s'appiccicava alla vernice, il rombo dei motori mi faceva paura, e vidi ancora velocipedi di lusso transitare a branchi. Mi piacquero molto certi giardini pieni di fiori e di ragazzi in gioco, e non potei fare a meno di notare con grande stupore che questo paese sembrava uno spicchio d'Europa trapiantato in Asia. Quanto diverso era dai vicoli sterrati di Bukhara, ma pure dai larghi viali silenziosi di Tashkent, che avevo percorso senza affanno! Quivi erano grandi alberghi tirati a lucido, molte macchine automatiche ove prendere il denaro, telefoni pubblici nuovi di zecca che non vidi usare da nessuno. E donne assai svestite, bionde, e lunghe vetture tutte bianche inghirlandate di fiori, dai vetri scuri, che avevo visto solo nei film americani. Sono una bicicletta moderna e non mi ritengo bacchettona, ma Almaty m'impressionò, poiché mi sembrò tutto fuorché la vecchia capitale d'un paese di nomadi antichi che appellavano se stessi cavalieri liberi, discendenti da Mongoli musulmani. In virtù di tale passato, speravo di trovare molte cavalcature nelle strade: invece non vidi mai biciclette da carico, come ho detto, né cavalli o altri quadrupedi. Sapevo che non aveva molto senso cercare dei nomadi in una città che conteneva le dimore d'oltre un milione di umani, ma ebbi l'impressione che nessuno rammentasse davvero quel passato; Dodamante ne cercò le tracce in un museo, e quello che mi descrisse mi fece tintinnare di sorpresa il campanello.
 

Icone stradali e oro nero

data: 2007-12-30 23:48:31
Vidi ancora varie statue di sapienti e poeti locali a me ignoti tra le fronde dei giardini, passeggini e pattini in linea. Conoscevo la storia di quei russi a cui le orde kazake si piegarono, quasi tre secoli or sono, e sapevo che questa fu terra d'esilio per molti oppositori al potere degli zar. Ma nessuno m'aveva raccontato prima – me lo disse Dodamante ad Almaty, l'aveva letto nel suo libro – che moltissimi russi (e ucraini, bielorussi e tanti altri) quivi si stabilirono, portando pure le macchine per l'agricoltura. E al tempo del Soviet i nomadi kazaki non furono più nomadi, molti morirono o se ne andarono via nelle terre vicine. E ora? La terra dei Kazaki era ormai indipendente da sedici anni; da allora solo un presidente ne aveva regolato le sorti, e così sarebbe stato ancora per un lustro almeno. Nursultan Nazarbaev non si vedeva nelle icone stradali d'Almaty, che inneggiavano a banche, dimore e auto in vendita; ma costui teneva ancora il pugno fermo, aveva favorito il ritorno di quasi tre milioni di Kazaki, e il nuovo paese sembrava prosperare sui proventi del petrolio. Tuttavia le facce russe non s'erano estinte, così mi parve, almeno a giudicare dalla città d'Almaty che russa era nata nell'anno 1854. Non era antica né esotica, temeva i terremoti, le moschee erano quasi vuote e le chiese piene, così mi raccontò Dodamante che vi potè entrare (nella foto: il parco Panfilov con la cattedrale Zenkov).
 

I ritorni

data: 2007-12-30 23:49:57
Una di queste chiese la vidi anch'io, dall'esterno, e fui abbagliata dalla bellezza di quelle cupole colorate che lanciavano l'oro verso il cielo. Era la cattedrale Zenkov nel mezzo del parco Panfilov, ove nel meriggio sereno s'addensavano i giochi dei bambini, i karaoke dei ragazzi e le mani tese di donne dal russo aspetto che quivi mendicavano. Nata al tempo degli zar e risparmiata dal feroce morso della terra in subbuglio nel sisma dell'anno 1911, la chiesa era tornata da poco all'antico suo uffizio che fu obliato all'epoca del Soviet, quand'essa fu museo e sala per concerti. Dodamante fu colpita dal grande affollamento di fedeli salmodianti, che vide pure nella cattedrale di San Nicola (nella foto qui sopra), brillante di turchese vivo e nuovo. Nulla rimembrava l'odore della stalla che ospitò la cavalleria bolscevica, in tale chiesa tornata al culto nell'anno 1980. Qui pure aspettai Dodamante nel giardino, e l'attesa mi fu dolce.
 

La dura vita dei velocipedi

data: 2007-12-30 23:58:30
Com'è noto, i musei di norma non accettano velocipedi nelle sale, salvo quando non si tratti di esemplari in mostra; lo stesso vale per i supermercati ove, una volta vendute, non possiamo più accedere. Una vera ingiustizia, ma ormai vi sono abituata. Così molti luoghi d'Almaty non li vidi col mio proprio fanale, e debbo riportare quel che me ne raccontò la mia cavaliera. Non che mi fidi ciecamente delle sue storie, ma tant'è: sono curiosa di conoscere i luoghi ove non riesco ad arrivare, e altra possibilità non ho. Quando sono parcheggiata all'esterno d'un grande palazzo, mi figuro la vita che pulsa dentro i corridoi, dietro i vetri schermati, e tutte le storie che vi si intrecciano ogni giorno. Per questo, solo per il potere che hanno di osservare da vicino quelle storie per poi raccontarle, solo per questo a volte invidio gli umani.
Quando Dodamante si recò al museo centrale di Stato (nella foto), mi lasciò nella locanda ove Victor ci aveva condotto il dì del nostro arrivo. Non mi opposi, né mi sentii abbandonata: avevamo transitato davanti all'edificio del museo nella dura ricerca d'un alloggio e non avevo provato alcun fremito d'emozione. Non pensai per nulla che potesse contenere le testimonianze preziose d'un ricco passato: era un enorme palazzo candido e pulito, decisamente nuovo. In più, non m'ero ancora ripresa dalla fatica del primo dì, e la locanda di Victor era davvero accogliente. Dodamante e il giovane anglofono m'avevano introdotto di soppiatto, sollevandomi per le ruote in corridoio e infilandomi in gran fretta nella stanza: giacché la mia espulsione avrebbe comportato il rischio di ritrovarmi in strada nella notte d'Almaty, sola o insieme alla mia cavaliera. Tuttavia le dame della locanda mi videro a più riprese, e non dissero nulla che mi dispiacesse. Potei dunque riposare in una piccola stanza dalle pareti immacolate, e finalmente rilassai le mie camere d'aria. Ripensai all'albergo Stella Rossa, e sospirai di sollievo. Dodamante m'aveva raccontato che, in quelle stanze trasandate e vetuste, avrei dovuto dormire come il monoruota degli equilibristi, giacché non v'era spazio per una bicicletta. Era stata incerta, ma alla fine aveva rinunciato.
 

La fiera del museo

data: 2007-12-31 00:00:53
Il museo centrale di Stato sorgeva tra i giardini. Poco lontano svettava il mastodonte del centro commerciale Ramstor (nella foto), ove Dodamante mi raccontò d'aver visto un enorme supermarket con le cassette di sicurezza per custodire le borse degli umani. V'era nel Ramstor pure una pista di pattinaggio su ghiaccio, disse, e pensai con stupore a come doveva essere Almaty nel tempo che mi vide nascere, trent'anni or sono.
Poi il mio campanello tintinnò allegramente, quando Dodamante aggiunse che nel museo erano in mostra, nel piano dell'entrata, nuovissimi vestiti da sposa, tutti bianchi e vaporosi. Mai ero stata in un museo-fiera e provai, tra i raggi, una fitta d'acuta invidia. V'erano libri sulla terra dei Kazaki esposti in vetrina, gli stivali dei nomadi che non avevo visto ad Almaty, animali impagliati e vecchie armi e, nei piani alti, gli oggetti che rendevano memorabile la storia del nuovo paese indipendente. Quivi erano delle scritte nel britannico idioma che raccontavano come quella terra fosse stata sgombrata dalle armi nucleari e come il presidente Nazarbaev fosse stato eletto e riconfermato tre volte. V'erano le sue foto a pesca (col commento: un buon inizio prepara una buona fine), sugli sci (la curva stretta), impegnato nel gioco del tennis (il momento di relax), con la famiglia. E v'erano esposti regali e riconoscimenti d'altri paesi al nuovo Stato dei Kazaki, pure la statuetta d'una piccola lupa capitolina. Il racconto delle risorse naturali dell'enorme paese non eclissava le magnificenze della nuova economia: Dodamante mi disse d'aver visto dei telefoni cellulari esposti nelle vetrinette del museo per illustrare lo sviluppo delle telecomunicazioni, accanto ai libri su cui si costruiva l'educazione dei nuovi bambini kazaki. Quel dì il cielo era grigio e piovve un poco, sul far della sera. Dodamante tornò nella locanda e mi parve allegra. Subito uscì di nuovo, con Victor.
 

Parigi a domicilio

data: 2007-12-31 00:02:46
Victor sembrava assai contento, e ne fui lieta poiché m'era molto simpatico. Lo avrei portato in sella volentieri, fosse stata un'altra città; ma il giovane non mostrò mai di volersi accompagnare con me sulle strade d'Almaty. Gliene fui grata, giacché il mio sforzo sarebbe stato enorme. Dodamante non rientrò molto tardi, quella sera. Victor aveva fatto il suo esame, mi comunicò la mia cavaliera prima d'addormentarsi, gli era parso difficile ma riteneva d'aver compiuto un buon lavoro. Avevano cenato dietro l'angolo, in un supermercato ch'era pure ristorante. Nella notte serena d'Almaty, Dodamante e Victor erano andati camminando nelle vie buie e fruscianti di giardini, accese dalle luminarie di caffè e ristoranti, finalmente sgombre dal transito abnorme dei motori. Avevano costeggiato il panorama cangiante di luci gialle, rosa e verdi che accendevano la piccola Tour Eiffel ov'erano ospitate vetture in vendita. S'erano lasciati alle spalle l'obelisco in miniatura che segnava l'ingresso del ristorante Cleopatra; erano arrivati sino a Respublika Alangy, la piazza dei cerimoniali, che ospitava su un lato il monumento all'Indipendenza.
 

Mani fatate e cieli sporchi

data: 2007-12-31 00:06:29
Quivi, nella luce del giorno, le giovani coppie appena sposate amavano farsi immortalare dai fotografi. Sotto al monumento all'Indipendenza v'era pure uno strano libro aperto, di metallo, con l'impronta del palmo d'una mano. L'avevamo visto insieme, Dodamante e me medesima, e molto m'ero interrogata sul significato di tale opera. Victor non ne era a conoscenza, e Dodamante non seppe darmi spiegazioni certe, quella sera. Ella si giustificò dicendomi che la città cambiava a vista d'occhio, benché non fosse più la capitale da un decennio, e nei suoi libri di ciò non v'era traccia. Disse ancora che nella nuova capitale Astana v'era, sulla cima d'una torre, l'impronta della mano del presidente Nazarbaev e gli umani, che vi ponevano la propria, avevano fortuna. Era probabile che altrettanto fosse e provocasse quell'impronta d'Almaty.
Il giovane Victor voleva far baldoria tutta la notte, mi comunicò con un sorriso Dodamante quando rientrò nella locanda. Doveva festeggiare l'esame, e di certo amava aggirarsi per le strade calde di luci della vecchia capitale, prima di rientrare a Ust-Kamenogorsk che molto più piccola era, e piena di miniere nelle vicinanze. Mi figurai una città dal cielo sempre grigio, affumicato dalla lavorazione del rame e del piombo, dell'argento e dello zinco, con gli abitanti sempre catarrosi e raffreddati. Ricordavo che Victor aveva parlato della sua città, uno dei primi dì, a Dodamante; sua madre, che era medico, aveva scelto di abitare davanti al fiume ove l'aria era migliore. Sapevo che Ust-Kamenogorsk era pure abbastanza vicina a Semey, ed ebbi un brivido pensando al mio amico Victor colpito dalle radiazioni nucleari. Tuttavia, in quel tempo ad Almaty, Victor sembrava scoppiare di salute, e godeva allegramente dei piaceri della vita notturna a cui Dodamante non era molto abituata. Ella rientrò dunque presto, quella sera, e m'annunciò che il successivo dì avrei potuto ancora riposare nella locanda, giacché ella intendeva andarsene in montagna.
 

Beatitudine in quota

data: 2007-12-31 00:08:19
Non amo le montagne, come ho detto, e fui lieta di restare quel dì al riparo, nella stanza della locanda. Sapevo poi che Victor avrebbe dormito tutto il giorno nella stanza adiacente, e ciò mi tranquillizzò ulteriormente. Dodamante doveva sentirsi un poco in colpa per avermi confinato così a lungo tra le mura della locanda, giacché mi promise una grande pedalata per il dì successivo. Ti condurrò al mercato verde, disse, e mi rinserrò addosso tutti i chiavistelli che avevo. Sapevo bene che era una mossa esagerata, ma fui contenta di vedere quanto la mia cavaliera si preoccupasse di non perdermi.
Tornò a notte fatta. Aveva gli occhi stanchi, però mi sembrò ardere di quell'energia luminosa che le avevo visto, a volte, alla fine di certe lunghe pedalate, quando a stento restavamo ritte sui piedi e sulle ruote. Si buttò sul letto, e aspettai di sapere. Non mi raccontò molto; credo volesse tenersi al caldo la sensazione di benessere che le veniva dall'aver camminato per molte miglia sulle vette colorate di Shymbulak (http://en.wikipedia.org/wiki/Shymbulak). Sì, colorate, disse proprio così, e capii a stento – bofonchiava, e subito si addormentò – che era salita a piedi sino al passo Talgar, a oltre tremila metri d'altitudine, ignorando le tre funivie che ivi conducevano; giacché, come ben sapevo, odiava l'aereo distacco dal suolo. Ugualmente ne era discesa, camminando sino al paese di Medeu, ove un pubblico torpedone l'aveva ricondotta nella città d'Almaty, poco lontana.
 

Claustrofobie e odori d'Europa

data: 2007-12-31 00:12:39
Il dì seguente uscimmo insieme, la cavaliera e me medesima. Fu pure il giorno dei preparativi, dacché Dodamante si sentiva pronta. Saremmo andate in Cina, l'indomani. La Cina! Non stavo più nelle mie ruote: m'aspettava l'eldorado delle biciclette, strade riservate alla mia specie e forse – ce n'erano tanti di sicuro! – avrei trovato un velocipede maschio con cui accoppiarmi, che fosse compatibile con la mia stazza. Ero elettrizzata, quell'ultimo dì ad Almaty, e mi imbizzarrii un poco quando entrammo nel Zelyony Bazar, il mercato verde nella città bassa. Dodamante si spazientì e mi tirò per il manubrio.

- Ti lamenti sempre che non puoi venire con me nei supermercati, e ora che ti faccio entrare in un mercato impunti le ruote! proferì corrucciata.

Per la verità, di quel mercato mi piacquero molto i banchi della frutta secca, e le carni fresche che straripavano dai pianali; ma quando entrammo nel settore degli abiti, il passaggio tra i banchi si fece così stretto che cominciai a soffrire di claustrofobia. Allora non ne ero a conoscenza – me ne accorsi qualche tempo dopo, in Cina – ma la folla che si addensava mi provocava panico. Dodamante fu costretta a portarmi fuori dalla mischia, e mi legò per pochi minuti in cima a una scala di ferro. Tornò quasi subito, e mi trascinò via con rudezza. Pensavo che ce l'avesse ancora con me, ma mi spiegò che un uomo della sorveglianza, nel mercato, le aveva impedito di fotografare i banchi degli abiti. Era uscita a precipizio, indispettita.
Fuori galoppammo ancora, nei paraggi del mercato. Un odore dolciastro di burro e cioccolata, di cose dolci e calde, m'evocò i tempi in cui Dodamante mi pedalava sulle strade del Nord Europa. Lasciai che i copertoni se ne impregnassero, e Dodamante volle scoprire donde provenisse il sublime aroma. Entrò in una bottega, ove il profumo più intenso si sprigionava; ma subito ne riemerse. Nulla era mostrato, nell'interno, che corrispondesse a tale magnificenza dell'olfatto; così mi disse, delusa.
 

Viaggio senza confine

data: 2007-12-31 00:14:46
Victor partì, a tarda notte. Noi lasciammo la locanda il mattino seguente. Quella sera saremmo entrate in Cina. Potrei dire che tutto filò liscio, e nel buio approdammo in un mondo che m'impressionò moltissimo. In Cina mi feci male più volte, e altrettante mi rimisero in piedi. Fui anche bistrattata, e Dodamante talora dovette sudare per difendermi. Ma fui spesso trattata con delicatezza, guardata e soppesata con simpatia. Così, a tutt'oggi, fatico a esprimere un giudizio definitivo sul mio viaggio con Dodamante in Cina.
Di quell'ultimo tratto nella terra dei Kazaki posso dire che, dapprima, non faticai molto. Lasciammo Almaty di buon mattino, e fui chiusa nel ventre d'un torpedone che per me posto aveva a sufficienza. La strada doveva essere bruttina, tuttavia non ballai troppo. Il viaggio per Zharkent fu breve: arrivammo sul fare del meriggio, e scendemmo agevolmente in un piazzale ove sostavano due tassì. Non la vedemmo, la cittadina di Zharkent, giacché il conduttore d'uno dei tassì ci disse che la frontiera era a più di venti miglia, e chiudeva presto. L'uomo ci prese, e subito ci avviammo. Fui alloggiata nel bagagliaio; scomoda non ero. Tuttavia presto Dodamante e l'uomo mi tirarono giù, e fui di nuovo in strada con tutto il mio carico. La frontiera non si vedeva.

- La frontiera?! domandai a Dodamante, sconcertata.
- Ho bisogno della tua massima collaborazione, mi rispose, assai seria.
 

Elogio d'impraticabile lentezza

data: 2007-12-31 00:16:37
Seppi allora che Dodamante non aveva denaro kazako a sufficienza per farsi condurre in vettura sino alla frontiera. Così l'uomo ci aveva portato sino al punto che riteneva coperto dal nostro denaro, e nel seguito avremmo dovuto cavarcela da sole. Restavano dodici miglia da percorrere in fretta, giacché il confine sarebbe stato sbarrato alle sei. Dodici miglia, e le quattro del meriggio.
Amo la lentezza, benché così non sembri, a giudicare dalle mie ruote sottili e dalla magrezza del mio telaio. Dodamante lo sa bene, e in questo non ci siamo trovate mai in gran contrasto. Ma stavolta non ci fu da negoziare, benché dapprima non capissi tutto l'accanimento che poneva la mia cavaliera nell'entrare in Cina quel dì. Il nostro lasciapassare scadeva l'indomani, e avremmo potuto fermarci a pernottare lungo la via. Provai a dirlo a Dodamante, ma ella mi gettò uno sguardo che non lasciava dubbi sulla fermezza del suo proposito.
Avvitai allora le mie ruote sulla strada che conduceva alla frontiera. Emisi un flebile squittio, e senza più fiatare mi lanciai in una galoppata furibonda, come mai avevo fatto durante quel viaggio, e più non feci. Fui fortunata, giacché non trovai molte asperità sulla via, né grossi dislivelli. Verdi fronde bordavano l'asfalto, e nell'opposta direzione passarono autocarri e torpedoni che di Cina avevano le scritte e la fattura.
 

Apparizioni di frontiera

data: 2007-12-31 00:18:20
- La Cina, la Cina!! urlava Dodamante, pestando sui pedali con una frenesia artificiale. Ebbi paura, allora, che il sole e l'ansia d'arrivare troppo tardi alla frontiera potessero rubare il senno alla mia cavaliera. Cominciai a sudare, lanciai al massimo lo sforzo delle mie corone, quando di botto ella mi premette i freni.
Quasi capitombolai per la sorpresa. M'aveva arrestato solo per immortalare un manifesto ove un uomo elegante s'ergeva in piedi, impettito. Mi sembrò una faccia nota, e alzai con fatica il filo del freno per domandare a Dodamante.
- Nazarbaev! esclamò. A un dipresso dalla frontiera con la Cina, il presidente kazako si faceva più visibile, quasi volesse avvertire che quella terra era, e sarebbe rimasta, profondamente kazaka.
Riprendemmo la folle corsa sulla via che s'allungava tra i campi, ora brulli ora bordati di verzura. Transitammo in un villaggio, ove tappeti stesi erano fuori, ad asciugare al sole. Un uomo ci disse: la frontiera è lontana, dormite qui. La Cina, domani. Guardai Dodamante, supplicandola col monocolo che mi restava.

- La Cina, oggi! Proferì, forse sdegnata dalla mia fiacchezza. E mi spinse via.
 

La discesa di Khorgos

data: 2007-12-31 00:19:50
Le cinque, le cinque e mezza. D'un tratto il carico mi sembrò più leggero. Ho perduto qualcosa, pensai. Stavo per richiamare l'attenzione di Dodamante, quando m'accorsi che non pedalava più. Le ruote m'avanzavano da sole. Sto sognando, mi dissi. Dodamante era serena.

- La Cina, la Cina!!
Era la fine: la fine della strada che caracollava giù, la discesa che ci salvava, la discesa che ci lasciò a Khorgos, sulla frontiera.

Passammo alle sei meno un quarto, e mai controllo fu più rapido di quello a cui ci sottoposero i funzionari kazaki. In tre minuti, quattro mani nodose d'uomini robusti mi caricarono su una furgonetta. Avrei voluto passare con le mie proprie ruote quel sudato confine, ma non me lo permisero. Nella furgonetta v'erano meno di dieci passeggeri, e nessun velocipede oltre me.
Quando entrai nella lucida sala dei cinesi ove si controllavano i lasciapassare degli umani, i funzionari mi sorrisero, e si rivolsero a Dodamante con grande cortesia, nel britannico idioma.
 

A cena dai funzionari

data: 2007-12-31 00:21:08
- Questa bicicletta può aspettare qui.

Mi fecero appoggiare a una paratia assai comoda, e finalmente chiusi il fanale, esausta. Dormii un paio d'ore circa, e infine Dodamante mi riscosse delicatamente per farmi transitare nella sala. Imbruniva; Dodamante pure s'era riposata sugli scranni del posto di frontiera. Mi disse che l'attesa era stata dolce, giacché quei funzionari cinesi avevano donato a tutti gli astanti acqua calda e fredda, e ottimo pane fresco. Erano poi spariti a lungo dentro gli uffici; forse mangiavano anche loro.
Passammo infine, trepidanti, oltre la porta che s'apriva in Cina.

Nulla sapevamo di quel luogo, salvo che fosse Cina. E nulla ormai si vedeva, dacché luce non v'era a sufficienza nella strada.
 

Note tecniche

data: 2007-12-31 00:22:36
Hotel Aktas,
Bogenbay Batyr (ex Kirova) 86
3° piano, tel.+7-327-2917578
stanza singola con bagno: 2000 tenge

Per informazioni aggiornate sul cambio, consultare:
www.viaggiatori.net/
turismoestero/
Kazakistan/moneta

Per andare da Almaty sulle montagne a Shymbulak:
gli autobus 6 o 6A (fermata sul lato opposto all'hotel Kazakhstan) arrivano a Medeu in circa 30 minuti, poi si prosegue con un taxi collettivo (500 tenge a persona). A piedi da Medeu a Shymbulak, la salita è ardua.

Nella foto: cavalieri kazaki ad Almaty
 
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