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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Tashkent e Samarcanda, Tamerlano alla riscossa

Dal diario di viaggio di Dodamante

Blog di DODAMANTE del 2007-11-26 15:30:01
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Cavalletta acrobatica

data: 2007-11-26 14:58:26
Paolina ci aspettava il dì seguente, e aperse l’enorme porta del maniero un poco intimorita. La via era immersa nel buio, e ne ebbi l’impressione quasi d’un borgo di campagna, silenzioso e pieno di giardini, o almeno così mi sembrò di comprendere in quel notturno arrivo e frettoloso.
Il torpedone da Bukhara a Tashkent aveva fatto presto; partito nel meriggio che ormai declinava, mi raccolse stanca di membra e melanconica d’umore, per non dire che ancora m’attanagliava il doloroso sentimento dell’amore disatteso (vedere il blog precedente). La Cavalletta fu ben caricata, dritta e alta sulle due ruote, nel bagagliaio del torpedone; ne fu subito estromessa tuttavia, prima della partenza, per fare posto a diecine di casse di piccole pesche mature. A nulla valsero le mie rimostranze; pagai una tassa per il trasporto, e la Cavalletta fu appesa alla scala che di norma adduce i passeggeri all’imbarco. Sembrava una posa assai instabile, ma in verità non fu mal apparecchiata, e scese incolume nel buio fondo della capitale uzbeka.
Mi assopii quasi subito, sul torpedone, e non mi avvidi che passavamo Samarcanda. Ci fermammo poi, lungo la via, in un’animata stazione di ristoro ove banchi di dolciumi richiamavano gli astanti. Molti mangiavano e bevevano nella notte incipiente, fissando lo scoppiettante quadrato luminoso d’un vecchio televisore all’aperto.
A Tashkent una furgonetta con due giovani ci prese subito, malgrado l’ora avanzata della notte. Paolina aperse l’enorme porta del maniero ove s’era insediata da pochi dì e fummo dentro, al riparo dalle fatiche e dalle passioni del viaggio.
 

Il viaggio delle abitudini

data: 2007-11-26 15:00:31
L’abilità d’uno scrittore consiste nel rendere interessante il racconto della vita ordinaria, più che nel narrare dello straordinario e del meraviglioso. Anche il narratore meno abile può suscitare interesse riportando un fatto d’inusitata sostanza. Ma il ripetersi delle abitudini, dei gesti quotidiani, delle pedalate sugli stessi percorsi, come raccontarlo senza allontanare l’attenzione di chi si attende la storia miracolosa che un viaggio come il nostro deve senza dubbio suscitare in ogni istante?
Tuttavia un viaggio non è solo prolungato stupore, non è solo un giro di ruota dietro un altro. In un lungo viaggio vi sono anche le case abitate, le strade che si ripetono, le ansie che si rincorrono, le abitudini che si mantengono nel transeunte paesaggio d’Asia. A Tashkent non vidi cose straordinarie. Eppure fu un soggiorno intenso e lungo; malgrado l’evidente distanza della mia cavalcatura dai mezzi praticati dalla cavaliera Paolina, il sodalizio funzionò. L’ordinaria convivenza nel largo maniero di Tashkent mi permise altresì di capire quanto poco soffrissi le incombenze che l’allestimento di una nuova dimora impone.
 

Nel laccio del maniero

data: 2007-11-26 15:03:36
Avevamo bisogno, la Cavalletta e me medesima, d’una sosta in una vera casa, ove potessimo ritrovare le forze che la via assorbe, per meglio ripartire, restituite alle avventure della strada. Ci trovammo prese nel laccio del maniero vuoto che chiedeva d’essere nutrito: di mobilia, pulizie, riparazioni, stoviglie e cibarie. Trascorsi dunque molte ore nell’enorme dimora che si riempiva lentamente di cose; la Cavalletta stazionava, serena, vicino al pergolato che ornava il giardino. Alla mattina, Paolina sortiva per l’opre sue e rincasava spesso a tarda sera. Il trillo dell’autista la coglieva a volte nel mezzo d’una rapida colazione, ch’ella s’affrettava a terminare. Restavo dunque sola, la Cavalletta nel giardino; molto ne ebbe a beneficio la scrittura, poiché poco sortivo e molto scrivevo, nell’attesa delle visite che ogni dì modellavano il maniero in guisa di casa. Giunsero i giacigli, gli scrittoi, le donne che nettavano, l’elettricista, e un giovane a cui vennero affidate l’ordinaria manutenzione e la straordinaria di tutta la dimora e del giardino. Era costui un grande amante di velocipedi; quando vide la Cavalletta, ne nacque all’istante una reciproca passione che molto giovò alla mia cavalcatura.
 

La passione di Kostya

data: 2007-11-26 15:05:42
Russo d’origine ma di natali uzbeki, Kostya s’era occupato del maniero ancor prima che vi arrivasse Paolina, e ne conosceva bene i recessi e le debolezze. Fu felice di rimettere a nuovo la Cavalletta che molto abbisognava di cure. Aveva costui una piccola scuderia presso la sua dimora popolare, ov’erano stipati velocipedi piccoli e grandi, pezzi di ricambio, pompe cinesi e vari strumenti. Si dedicò con grande sollecitudine a riordinare le sfere che regolavano lo snodo del manubrio, montò bene il basto anteriore (che sino ad allora era rimasto avvinto malamente), riparò la ruota posteriore forata e sistemò il fanale di coda. Sotto le abili mani del giovane Kostya, la Cavalletta fremette di gioia e d’impazienza; volò, nei dì che seguirono, nei larghi viali e freschi d’ombra della silenziosa città che molto ricordava i borghi del tempo del Soviet.
 

La città dei giardini

data: 2007-11-26 15:07:51
La via ove sorgeva il maniero di Paolina era, in quei dì, sottoposta a una massiccia opera di rifacimento. Bastava tuttavia di poco abbandonare le principali strade e rumorose, per gioire della quiete delle dimore con giardino, prosperose e più modeste, sovente ornate di tralci e pampini, con grappoli d’uva matura che pendevano sulla pubblica via e che nessuno raccoglieva.
La Cavalletta trovò pane per le sue ruote e mi guidò sicura verso il mercato di quartiere, il centro studi dei francesi sull’Asia centrale, il bazar di Chorsu, i mausolei nel giardino dei melograni, le grandi piazze ove un tempo sorgevano maestose le statue di Marx e di Lenin.
Molto piacque alla mia cavalcatura la sosta nell’ombrosa piazza ove Tamerlano (nella foto) galoppava nel verde dei giardini, dall’alto del plinto che fu, un tempo, luogo di Marx.
 

La rivincita di Tamerlano

data: 2007-11-26 15:10:08
Il cavaliere antico che fece di Samarcanda splendida e ricca capitale, nel secolo quattordici dell’era cristiana, aveva ormai riconquistato anche il cuore di Tashkent, che fu borgo modello nel tempo del Soviet. Allorché un mortifero terremoto spianò molti quartieri, nell’anno 1966, Tashkent si risollevò con grandi palazzi popolari, terreni di parata, monumenti solenni. Ed ecco che ora il borgo prosperoso delle case con giardino e il cavaliere avito Timur – o Tamerlano che dir si voglia – riapparivano senza posa, persino con eccessiva ridondanza.
Al grande Tamerlano era consacrato un museo circolare, su un lato della piazza ove il medesimo cavaliere si lanciava al galoppo nel mezzo dei giardini. Molto mi stupii di trovare nel museo ninnoli e doni per il nuovo paese indipendente degli Uzbeki, che univa nella stessa parabola il mitico fondatore Timur e l’unico presidente del nuovo stato uzbeko. L’effigie di Islam Karimov non era ovunque visibile come quella del vicino Turkmenbashi (vedere il blog “Turkmenistan, la rivincita della Cavalletta”). Per diciotto anni, tuttavia, Karimov era rimasto forte al potere nella terra degli Uzbeki, primo segretario del Partito comunista e, dopo l’anno 1991 dell’indipendenza, unico presidente uzbeko, senza una credibile opposizione autorizzata. Nuove elezioni s’approssimavano, ma pochi s’attendevano un cambiamento (vedere: www.dailyestimate.com/article.asp?id=12067).
 

Quieti incidenti urbani (1)

data: 2007-11-26 15:12:39
I percorsi urbani ci sembrarono quieti; nessun grave incidente turbò la nostra permanenza a Tashkent. Alla Cavalletta tuttavia dispiacque la solennità dei luoghi di parata ufficiali. Credo che fosse desiderosa dell’ombra serena dei canali e dei giardini che la città offriva, quando mi disarcionò in una magra aiuola, al margine dell’enorme piazza dell’Indipendenza. Caddi nell’erba rada, non lontano dal globo risplendente di sole (nella foto) che svettava al posto del vecchio Lenin. Non ne ebbi un gran male, tuttavia, e potei sospingere la Cavalletta imbizzarrita lontano dai palazzi del potere.
 

Quieti incidenti urbani (2)

data: 2007-11-26 15:14:52
Per il resto, non incorremmo più nelle attenzioni della milizia e nessuno ci chiese il lasciapassare (vedere il blog precedente), almeno sino a quando restai in sella alla mia cavalcatura. La Cavalletta mi accompagnò quasi sempre nelle mie rare scorribande per la città. La sola volta che le preferii la comodità d’un treno sotterraneo, ebbi l’incauta mossa del fotografo attirato dai passaggi quotidiani, e immortalai quel treno. Subito venne un giovane in uniforme, e fece segno.
- Via quella foto, cancellare, disse nel russo idioma.
- Cancellata, dissi.
- Documenti, chiese.
- Fotocopia qui, risposi. Il lasciapassare è all’ambasciata.
Guardò un istante la copia spiegazzata, e mi lasciò andare. Una sola immagine di quell’innocuo treno fu salva.
 

I misteri dell’acqua e del bestiario

data: 2007-11-26 15:17:29
La quiete di Tashkent giovò all’esercizio della scrittura. Paolina mi fornì un piccolo e prezioso composimetro che molto accompagnò le mie notti nel maniero. Le sere tranquille della via furono generose di parole; le ore diurne nella casa, all’opposto, foriere di rumore. I lavori stradali giunsero presso le finestre del maniero; le visite per l’allestimento della dimora si intensificarono, giacché si faceva imminente l’arrivo del consorte e della prole di Paolina, per i quali tutto doveva essere apparecchiato a tempo debito.
Il giovane Kostya galoppava intorno al maniero, nel giardino e nei tre piani della sontuosa dimora che molto necessitava di cure; rimasta vuota per svariati mesi, dalle tubature sortiva acqua e terra rossa, e quando infine ne venne acqua chiara, mi ritrovai le unghie delle mani orlate di nero, come per uno strano fenomeno di ossidazione della pelle. Paolina mi proibì di usare l’acqua corrente per preparare i cibi; pensai dapprima a una cura esagerata della salute, ma il nero delle unghie mi inquietò, e le diedi ragione. Per la prima volta dall’inizio del viaggio – e dall’inizio della mia esistenza culinaria – mi ritrovai a cuocere degli spaghetti in una casseruola d’acqua minerale.
Nel prezioso maniero dai molti bagni, l’acqua a volte non era che fredda, alcuni infissi non chiudevano bene, cadevano le manopole della madia in cucina. Kostya trovò uno scorpione di gran vitalità nel giardino; indi smontò il vecchio lavabo nell’androne. Un ratto piccolo si scoperse improvvisamente senza tetto e si avviò malfermo verso il grande portone del maniero, deviando a manca verso la locanda un poco oltre nella via.
 

Avventure d’anarchica passione

data: 2007-11-26 15:19:39
Lo sconcerto di Paolina cresceva, e così pure la mia insofferenza per la manutenzione del maniero che ogni dì sembrava rivelare una falla nuova. Anche la Cavalletta cominciò a impuntare le ruote, lassa delle lunghe soste nel giardino. Un dì accompagnai Paolina e un’altra dama nei grandi magazzini ove Paolina intendeva acquistare ancora forniture per la dimora nuova. Non riuscii a celare il nervosismo che la sarabanda degli acquisti mi procurava. Partii in fretta, quel dì, e più tardi ebbi con Paolina un lungo confronto che sembrò illuminare la distanza tra i due mondi a cui, giocoforza, appartenevamo.
Era il Sacro Ordine dell’Organizzazione Internazionale a cui Paolina prestava, con dedizione e serietà, tutte le sue energie. Per quello stesso Ordine, il mio cavalierato non fu mai troppo adatto: le mie avventure d’anarchica passione, e la mancanza d’un nome o d’una casta, non mi furono mai di favore. Paolina era entrata nell’Ordine con trasparenza ed onestà, e per questo sempre l’apprezzai. Mi resi conto, tuttavia, che quel mondo fatto di autisti, protocolli e cerimonie, cene di rappresentanza, mediazioni e intermediazioni, mai avrebbe potuto soddisfare la mia esigenza di grattare nel fondo delle cose, di scrivere ciò che mi sembrava di capirne, di sellare infine la mia cavalcatura e partire per nuove avventure nel globo terracqueo.
 

Lussi del viaggiatore

data: 2007-11-26 15:22:04
È nel mio temperamento vestire di scelta personale quanto di positivo o negativo m’accade sulla via. Così, mai molto m’angustiò il rifiuto che mi fu opposto dal Sacro Ordine dell’Organizzazione Internazionale; sempre mi dissi che, in fondo, non era ciò a cui avrei potuto dedicarmi con solerzia, o ciò che avrei sopportato con fermezza. Nei giorni di Tashkent, capii pure che il quotidiano percorso degli espatriati discretamente facoltosi mai sarebbe stato davvero adeguato alle mie scorribande con la Cavalletta. Senza vettura, spaghetti e tonno d’italico nome, senza televisione né piscina, avrei potuto galoppare per anni. Le mie derrate alimentari venivano dal bazar di quartiere, la Cavalletta copriva bene tutta la città; l’uso del composimetro e della lavapanni automatica, che Paolina mi offerse, furono tuttavia, per me, un lusso assai apprezzato. Lusso del viaggiatore: nei tempi della mia vita stanziale li avrei considerati indispensabili strumenti. Tutto il resto mi era superfluo, almeno quanto m’era necessaria la mia cavalcatura.
So che la Cavalletta s’impennerebbe su questo passaggio: molte volte ha potuto viaggiare solo grazie al bagagliaio d’una vettura, e non di rado mi ha sorpreso nell’atto di mangiare degli spaghetti con gusto. Le concedo il diritto di replica, quando verrà il suo turno nel racconto. Ma ancora in un paio di storie non può entrare propriamente; giacché non era presente, allora. Non può sapere come conobbi la cavaliera Paolina, e cosa accadde nei tre dì che passammo a Samarcanda, detta cavaliera e me medesima: dacché la Cavalletta restò nel giardino del maniero di Tashkent, in attesa del nostro ritorno.
 

Alberico e Andreuccio di Sardegna

data: 2007-11-26 15:28:14
Non fu un campo di battaglia che ci trovò alleate contro un comune avversario, bensì la passione che fiorì e si estinse, nel passato, per due cavalieri fratelli nel sangue e nei convincimenti. Alberico e Andreuccio di Sardegna, simili nel largo viso piatto dal fragile sorriso, ci amarono con tutto l’ardore che il loro temperamento consentiva. Entrambi, però, non ebbero fortuna, giacché il mio cavalierato e quel di Paolina – ancorché diversamente sanciti dal rapporto con le istituzioni – avevano in comune l’eguale incapacità d’indulgere al compromesso.
Paolina si batté nei deserti d’Asia, e quivi conobbe il cavalier Fosco del Vaso che presidiava un’antica trincea. Tutti ebbe contro; ma la nuova passione fiorì senza indugio nel mezzo di quella landa desolata. Alberico, che punto amava le scorrerie di Paolina per le impervie terre d’Asia, ne fu sconcertato, ma capì che mai avrebbe potuto sostenere l’energia e la brama di movimento della sua cavaliera. Era costui di temperamento assai tranquillo, e con mestizia si costringeva talora a seguire Paolina nelle sue scorribande. Quanto ad Andreuccio, lo amai di tenera passione. Sognava molto, costui, e al fragile aspetto univa un certo poetico temperamento che sempre mi piacque. Mai ebbe, tuttavia, la forza di trasformare i sogni nella carne e nel sangue dell’esistenza ordinaria e straordinaria. La sua passione restò sospesa, eterea, mai si nutrì delle battaglie che rendono memorabili i percorsi d’un cavalierato; lasciò estinguere i palpiti e si riaccomodò la vecchia armatura, attribuendo al fato l’infausta necessità di continuare nelle antiche e rodate abitudini.
Ci trovammo un dì, Paolina e me medesima, a discorrere di questo soggetto, in Europa. L’ardore delle vecchie passioni non albergava più nei nostri cuori, e il colloquio fu sereno. Entrambe sapevamo che ci saremmo presto ritrovate nelle impervie terre dell’Asia centrale, e ciò puntualmente accadde.
 

A Samarcanda

data: 2007-11-26 15:33:33
Lasciammo un dì il fosco maniero di Tashkent, Paolina e me medesima, per raggiungere infine Samarcanda. Vi andammo in vettura con un conduttore russo, e fu il viaggio più confortevole che mi capitò di fare in tutto il periplo asiatico. La Cavalletta rimase a Tashkent, ben accomodata nel giardino; benché desiderosa di moto, non me ne volle troppo per non averla condotta a Samarcanda. Sospetto che mi avrebbe volentieri abbandonato al mio destino di cavaliera senza destriero, se il giovane Kostya l’avesse presa sotto le sue assidue cure.
Partimmo di buon mattino verso la mitica città che fu già grande prima dell’arrivo del macedone Alessandro. Era allora chiamata Maracanda, e nei secoli che furono – fino al tredicesimo dell’era cristiana – fu borgo di commerci e d’artigiani, concupita e da molti conquistata, dai Mongoli saccheggiata nel 1220 e restituita agli antichi splendori dal cavaliere Timur e dai suoi discendenti, nei secoli quattordici e quindici dell’era cristiana. Nel seguito, gli Uzbeki shaybanidi le preferirono Bukhara e la terra tremò più volte sotto i palazzi di Samarcanda, che divenne infine città russa nel 1868.
Meno di duecento miglia vi erano tra l’antica Samarcanda e la nuova Tashkent; le avevo percorse nella notte, viaggiando sul torpedone con la Cavalletta. Dalla vettura, nel giorno, vidi allora campi verdissimi, piante di cotone e una buona strada che dovemmo a un punto abbandonare: essa proseguiva nella terra dei Kazaki, giacché quella strada era del tempo del Soviet, quando non esisteva alcuna frontiera tra i due paesi.
 

La città sconnessa

data: 2007-11-26 15:35:31
Quando giungemmo a Samarcanda, ero pigramente assopita sullo scranno posteriore della vettura. Il conduttore ci lasciò dirimpetto alla locanda che Paolina aveva riservato per noi. Nei dì che seguirono, trasmigrammo facilmente in vettura da un sito all’altro: dalla locanda alla moschea di Bibi Khanym – era costei la consorte cinese di Timur –, dal bazar di Siab al mausoleo Guri Amir ove giacevano Timur e i suoi (nella foto), dalla grande piazza del Registan – cuore della vita e dei commerci del borgo antico – alla grande necropoli di Shah-i-Zinda. Era la prima volta, nel mio viaggio, che mi affidavo al placido trasporto d’un autista; ne giovarono le mie stanche membra e la conversazione con Paolina. Fu difficile così, tuttavia, capire quale forma avesse la città, come si connettessero le sue parti e cosa fosse rimasto in piedi del borgo antico.
Mi sembrò dunque, la mitica città di Samarcanda, un insieme di splendidi edifici tra loro isolati, spesso pesantemente ricostruiti nell’epoca moderna. Mi mancò quella coscienza e quell’entusiasmo che prende il viaggiatore quando per la prima volta calpesta il suolo d’una città che non conosce, ancor più quando si tratta d’un luogo che alberga nel mito e nell’immaginario di tanti sognatori.
 

Sorprese della necropoli

data: 2007-11-26 15:38:59
Bisogna percorrerle a piedi, quelle vie, per capire se esiste davvero una città vissuta nei percorsi quotidiani, nelle ansie dei ritardi, nelle allegrie degli incontri, nelle sporcizie e nelle bellezze dei suoi edifici, nelle fragranze e negli olezzi che si levano dai suoi angoli. In talune città, anche un velocipede non è la misura adatta; a Samarcanda, tuttavia, la Cavalletta avrebbe potuto facilmente condurmi d’intorno.
Comunque sia, la città non mi scaldò il cuore; solo l’insieme delle tombe di Shah-i-Zinda fu per me foriero d’emozione. Quivi era il sepolcro del Re vivente, così s’appellava Qasim ibn-Abbas – cugino e compagno del profeta Maometto – che si disse aver portato l’Islam nelle terre ove l’antica Maracanda sorgeva. Vi fui nel meriggio inoltrato d’una giornata calda di sole, con Paolina, e l’incontro che vi feci molto m'indusse in riflessione sullo straordinario potere del caso.
La necropoli s’accendeva della luce più dolce del meriggio. Nella promenade tra i mausolei, potei infine apprezzare la serena compagnia di Paolina, che sempre avevo visto incalzata dalla fretta e spesso turbata dalle mille incombenze che il suo incarico le procurava. Allegramente percorremmo lo stretto cammino su cui s’aprivano le porte dei mausolei; godemmo dell’intenso turchese che copriva le morbide cupole d’una tomba del secolo quindici (nella foto), che si pensava dell’astronomo Kazi-Zade Rumi: ma quando venne aperta, i sapienti dell’epoca moderna vi trovarono i resti di due donne.
Il giorno moriva con squisita dolcezza, e un refolo di vento rendeva l’ora ancor più soave, quando d’improvviso mi fu accanto un giovane dalla lunga chioma color miele.
 

Il beffardo potere del caso

data: 2007-11-26 15:40:49
Subitamente lo riconobbi, e fui turbata dalla sorte beffarda che ci poneva di nuovo sulla medesima via.
- Non ti sto inseguendo, davvero! dissi a Maurocchio d’Elvezia con una nota d’imbarazzo nella gola.
- E chi ti ha detto nulla! rispose quello, piccato.

Furono poi alcune parole di circostanza; gli presentai Paolina che conosceva l’avventura di Bukhara (vedere il blog precedente), parlammo delle locande ove ciascuno era alloggiato a Samarcanda, e infine ci separammo su quel cammino tra le tombe che stretto era, tale da raccogliere lo sciame dei visitatori sui medesimi passi. Lo vidi allora, e fu l’ultima volta, in quella luce gialla che moriva, perdersi nel cicaleccio delle comitive che cercavano gli scorci più ameni per immortalare il loro passaggio.
 

Alla ricerca, nel giardino

data: 2007-11-26 15:42:44
Gli ultimi giorni a Tashkent furono consacrati alla scrittura e alla manutenzione della Cavalletta. Trovai un’oasi di quiete nel silenzioso giardino ove i francesi avevano il loro avamposto di studi sull’Asia centrale. Molto mi piacque intrattenermi in discussione con i giovani ricercatori che vi passavano le ore; mi sembrò ugualmente d’essere impegnata in qualche attività di studio, benché essa fosse solo, al momento, la ricerca delle migliori vie ove lanciarmi al galoppo con la Cavalletta in Asia.
Nei padiglioni del centro francese, che affacciavano sul giardino, potei redigere le mie storie; vi incontrai pure il bruno fiore del Narciso ubzeko che s’accompagnava al giovane Marco di Francia. Trascorsi una serata amena con la coppia che volle condurmi in una taverna locale. M’accompagnarono poi verso il maniero, nel buio sereno di quelle strade che non intimorivano punto, masticando bruscoli come d’uso corrente.
Partimmo infine, la Cavalletta e me medesima, rinfrancate dalla lunga sosta nella capitale uzbeka e ormai bramose di nuove avventure sulle strade d’Asia.
 

Nella terra dei Kazaki

data: 2007-11-26 15:45:49
La terra dei Kazaki era assai prossima: galoppammo due ore appena, lungo un cammino facile e assai battuto che nulla avea dell’aspro paesaggio, a tratti desolato, del confine con il paese dei Turkmeni (vedere il blog “Le ultime meraviglie del Turkmenistan”). Trovammo sempre tracce dell’umana presenza, e rifornimenti sulla via. Il passaggio alla frontiera fu agevole, il controllo del lasciapassare assai veloce. Ma fu così solo per noi; una folla di vetture e di astanti rimase ferma oltre il cancello chiuso, in terra uzbeka.
Ci aiutò un giovane dalla schietta parlata nel britannico idioma, che si disse uzbeko, ma con un ramo di famiglia nel vibrante borgo kazako di Shymkent.

- È una cavaliera italiana che passa di qui, disse all’uomo che presidiava il confine.

L’uomo sputò e si pulì il naso; poi aprì la grata che chiudeva la frontiera e mi accompagnò al chiosco ove si controllavano i lasciapassare. Salutai il giovane gentile che rimaneva oltre la grata, e sentii che diceva:

- Eravamo un grande paese, le frontiere non esistevano, ed ecco che un giorno qualcuno si è alzato e ha deciso; così ora se c’è un’emergenza dall’altra parte, impossibile arrivare in tempo.

Mi rattristai un poco, ma passai, con la Cavalletta. Di là, nella terra dei Kazaki, molti convogli erano pronti a trasportarci nella vecchia capitale Almaty, ove la via per la Cina si faceva agevole.
 

Note tecniche

data: 2007-11-26 15:47:58
IFEAC (Institut Français d’Études sur l’Asie Centrale)
18a, rue Rakatbochi, 100031 Tachkent
tel.+998-71-1394703
www.ifeac.org

Alberghi a Samarcanda:

Hotel Malika-Samarkand
Khamraev 37, tel. +998-66-233 01 97
www.malika
hotels.com
e-mail: malikahotel@gmail.com
(sobrio ma non troppo economico).

I viaggiatori vanno di solito al
Bahodir B&B, Mulokandov 132,
tel. 38 55 29, con una spesa
di circa 10/15 dollari a notte

Nella foto: bicicletta al lavoro a Samarcanda
 
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